VALUTARE CON VALDITARA
La valutazione in itinere deve ricercare processi e non misurare prestazioni
La normativa vigente attraverso l’Ordinanza 172 ci indica una diversa modalità di valutazione (formativa) attraverso una differente osservazione, legata si processi e non alla singola prestazione (quindi sommativa e spesso imprigionata dalla rendicontazione degli errori).
Le verifiche comunemente utilizzate sono espressione di una ricognizione delle conoscenze, vengono somministrate al termine dell’apprendimento proposto e riescono a rilevare, in situazioni note, protoapprendimenti (di primo livello) che per definizione rimangono in “superficie” rispetto complessità dei costrutti di competenza (che non possono essere rilevati).
Sono rappresentazioni monodimensionali, informazioni parziali, che non restituiscono evidenze utili in funzione dei processi di apprendimento (deuteroapprendimenti) e che spesso “costringono” gli insegnanti a frammentare l’obiettivo in sotto-obiettivi o all’assegnazione di livelli, fasce o descrittori standardizzati in funzione di una media finale tipica della valutazione sommativa.
Agli alunni consegnano un esito del lavoro svolto senza indicazioni per poterlo correggere, migliorare o revisionare (spesso quando viene consegnato il test, l’insegnante è impegnato in una nuova serie di apprendimenti).
Disegnano quindi dispositivi che non restituiscono un’interpretazione autentica della normativa vigente (per la primaria ma anche per gli altri ordini di scuola), sono uno strumento improprio frutto di prassi routinarie che vengono reiterate soprattutto per ignoranza rispetto alla materia.
Occorrerebbe tanta formazione sulla valutazione.
In questo sito cerco di delinearne le sfumature.
Eliminare il voto/giudizio non significa eliminare la valutazione
Significa darle un senso ed una compiutezza utilizzando strumenti parametri efficaci e diversificati (non solo verifiche e test);
IL VOTO è IL FINE (e la conclusione, la focalizzazione sulla performance) di una didattica a compartimenti stagni (o stagnanti?); la VALUTAZIONE è LO STRUMENTO delle azioni formative e un dispositivo della didattica alla ricerca dei processi di apprendimento;
Il VOTO viene usato impropriamente come STRUMENTO DI POTERE dagli insegnanti non autorevoli per ottenere il silenzio piuttosto che la consegna dei compiti a casa (l’eliminazione scatena le ire dei più che si sentono privati dell’unica arma per ottenere attenzione e, secondo loro, rispetto);
IL VOTO NON HA PROSPETTIVA è una fotografia istantanea e parziale, bidimensionale, contaminata da tante variabili distorsive e non riconsegna ai ragazzi gli strumenti per migliorare, non implementa/diversifica le modalità di lavoro (altro sarebbe l’utilizzo del FEEDBACK);
IL VOTO ALLONTANA: il giudicare e il sentirsi giudicati senza soluzione di continuità impediscono un rapporto biunivoco ed empatico pregiudicando l’”agganciamento” (l’”esempio”)
IL VOTO DERESPONSABILIZZA il docente attraverso la SENTENZA (il giudizio) e delega al genitore il compito del “recupero”, disinteressandosi delle esigenze formative (come accennato sopra);
IL VOTO ha una SPINTA INDIVIDUALISTICA alla competizione contro gli altri: il modello di uomo “imprenditore di sé stesso” regala dimensioni anaffettive, un vuoto che affligge i ragazzi;
IL VOTO È DEMOTIVANTE, è una STIMA CHE INIBISCE L’AUTOSTIMA nel momento in cui le prove non sono tarate correttamente e gli obiettivi non sono individualizzati/personalizzati; IL VOTO presuppone un modello di SCUOLA TRASMISSIVA, cattedratica e giudicatrice che non accoglie l’esigenza di crescita. comunicazione, rispecchiamento ed emancipazione dei ragazzi ma li emargina nel momento del bisogno;
Nel sito trovate analisi più dettagliate, qui mi basta dire che eliminare queste derive cancerogene ha ridato vigore e prospettiva alla scuola primaria che ha intrapreso un cammino di crescita, perché…
Eliminare il voto significa cambiare il modo di fare scuola
Cambiare lo sguardo presuppone uno sforzo anche agli insenanti consegnati da troppo tempo alla routine e dimentichi della loro missione, provo a sintetizzare la visione…
Dopo decenni di sacrifici, di fatiche e soddisfazioni, di proposte e caparbie lotte è finalmente caduto il MURO DEL (VUOTO) VOTO eretto da una “scolastica” anacronistica, selettiva, del profitto, aziendalistica (del profitto travestito di “meritocrazia”), arroccata nelle sue ataviche convinzioni, metastasi di una società malata.
Il contesto attuale ha messo ancor di più in luce le incongruenze che ammorbano il mondo dell’educazione: la scuola è in sofferenza, asfittica, mentre la comunità anela vivacità e creatività che promuova integralmente la persona con i suoi talenti e specificità.
Il cambiamento della valutazione è una chiave di volta che spinge ad una scuola da costruire (democratica e cooperativa) per progettare una società equa, sostenibile e giusta, rigorosa, efficace, dedita ed accogliente…
Una scuola EURISTICA capace di riflettere, condividere, analizzare e studiare, in formazione continua e permanente.
Le valutazioni
In questo contesto il dibattito sul rapporto VALUTAZIONE/APPRENDIMENTO ha visto dicotomicamente divisi coloro che adottano la VALUTAZIONE SOMMATIVA (DEGLI APPRENDIMENTI) e coloro che invece sostengono una VALUTAZIONE FORMATIVA (PER GLI APPRENDIMENTI).
La marcata differenza è il risultato di una concezione opposta, di modi di concepire l’insegnamento concettualmente differenti: la SCUOLA ADDESTRATIVA, rilanciata dal modello aziendalistico impone rigore disciplinaristico, individualismo, selezione attraverso deresponsabili modalità discriminanti, fintamente oggettive ed incontrovertibili.
La VALUTAZIONE SOMMATIVA è incarnata nella scuola “delle 3I: impresa, inglese, informatica”…), una scuola “del controllo” ricca di nozioni, quali monete di una PEDAGOGIA BANCARIA (Freire), una scuola in cui i nostri ragazzi si sono trovati a competere per essere i migliori, i più bravi, gli unici, i soli… Non restituisce la misura della COMPETENZA, al limite uno specchietto delle CONOSCENZE limitatamente confinate all’oggetto del test (COMPETENZA declinata come COMPETIZIONE): in un quadro europeo in cui ci si rapporta ad un percorso di crescita competente è ovvio che la valutazione sommativa debba essere marginalizzata al cospetto di una diversificazione degli strumenti osservativi. Il Paese si è accorto che la “scuola meritocratica” del profitto non è mai stata all’altezza del compito che doveva assolvere, ha incancrenito il sistema di prassi prive di significato, ha ingolfato le velleità ed i sogni dei docenti più propositivi, ha giocato in difesa e non ha mai affrontato i problemi in una corsa all’isolamento individualistico che al traguardo consegna anaffettivi attesati di egoismo e cinismo.
Come anticipato, la nostra società ha bisogno di fare crescere i ragazzi in modo armonico per una cittadinanza consapevole e critica, la SCUOLA ATTIVA lavora in sintonia, diventa terzo incluso e si fa sostegno nello sviluppo del soggetto in un contesto di comunità educante.
In questo senso sviluppa anche una valutazione COERENTE, DESCRITTIVA, FORMATIVA (formante e formatrice), AUTENTICA, DEMOCRATICA, EMANCIPATRICE.
I nostri ragazzi hanno bisogno di “più”, la nostra società ha bisogno di “altro”: educazione, crescita assistita, formazione, competenza passano attraverso una metodologia attiva che prescinde dalla mera selezione operata dalla scuola nozionistica.
Ora questo Paese è di fronte ad una grande sfida, deve farsi forte della sua eccellente tradizione pedagogica, raccoglierne lo spirito e porsi in un’ottica di formazione continua, innovazione, ricerca e sperimentazione. Anche l’Europa ci chiede una scuola al passo con i tempi, cerchiamo di suggerirne le ragioni approcciando al diverso significato di un temine oggi diventato la chiave di interpretazione: COMPETENZA, un concetto strutturato che non può essere delimitato nelle singole discipline (ne verrebbe rilevata una minima parte): le “soft skills” non possono essere delineate nelle artefatte prove di realtà… La composizione è più articolata, complicata e complessa, si riverbera in competenze trasversali, indotte e implicite e richiede una visione d’insieme (non si sviluppa integralmente individualmente), nel sito cerchiamo di darne un’interpretazione autentica.
La scuola che fiorisce dall’Ordinanza 172 ha ritrovato la scintilla, non si vuole avvizzire ostinandosi a proporre gli stessi contenuti routinari, occorre quindi mettersi in gioco e porsi obiettivi ambiziosi. Occorre rimboccarsi le maniche e mettersi a studiare un modo che consenta ai nostri ragazzi di affrontare le difficili sfide del futuro con il… sorriso.
Normativa in vigore
Il quadro normativo sulla valutazione scolastica è stato profondamente rinnovato tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025. Di seguito sono elencate le norme fondamentali attualmente in vigore, suddivise per ambito di applicazione.
La Riforma “Valditara” (2024-2025), la normativa più recente, reintroduce i giudizi sintetici alla primaria e modifica le regole sul comportamento:
Legge 1 ottobre 2024, n. 150: Revisione della disciplina in materia di valutazione, tutela dell’autorevolezza del personale scolastico e voto in condotta.
Ordinanza Ministeriale n. 3 del 9 gennaio 2025: Definisce le modalità operative per il passaggio dai livelli ai giudizi sintetici (Ottimo, Distinto, Buono, Discreto, Sufficiente, Non sufficiente) nella scuola primaria a partire dal secondo quadrimestre 2024/2025.
Allegato A all’O.M. 3/2025: Contiene la descrizione analitica dei nuovi giudizi sintetici per la scuola primaria.
Le norme precedenti restano valide per gli aspetti non modificati dalla riforma del 2024, come la struttura degli esami e la certificazione delle competenze:
D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 62: Il decreto principale che regola la valutazione, la certificazione delle competenze e lo svolgimento degli esami di Stato.
D.M. 3 ottobre 2017, n. 742: Regolamenta le modalità per la certificazione delle competenze nel primo ciclo di istruzione ed adotta gli allegati modelli nazionali per la certificazione al termine della scuola primaria e al termine della scuola secondaria di primo grado.
D.P.R. 22 giugno 2009, n. 122: Regolamento generale per il coordinamento delle norme sulla valutazione (ancora vigente per le parti non abrogate dai decreti successivi).
La valutazione degli studenti con bisogni educativi speciali segue percorsi personalizzati garantiti da norme specifiche.
Legge 8 ottobre 2010, n. 170: Prevede l’uso di strumenti compensativi e misure dispensative per gli alunni con DSA, riflessi nel Piano Didattico Personalizzato (PDP).
Legge 5 febbraio 1992, n. 104: Garantisce il diritto alla valutazione basata sul Piano Educativo Individualizzato (PEI) per alunni con disabilità.
Legge 13 luglio 2015, n. 107: Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti.
Seminario pomeridiano a NON SONO UN VOTO (Bicocca 28/10/2019)
Le domande che ci poniamo sulla valutazione non possono prescindere dal fatto che la stessa rivolge il ruolo di soggetto nella scuola moderna e competitiva delineata dalla Riforma Gelmini del 2008: è il bambino ad essere l’oggetto (di misurazioni continue ed inferenti). Le necessità di una moderna società, le indicazioni concordate con i paesi dell’UE, il bisogno di un principio educante, il benessere e la soddisfazione nel lavoro ci suggeriscono un modello di scuola diverso; adottare una valutazione autentica, formativa e democratica ci porta a pensare anche al documento che racconta fatiche e conquiste dei nostri ragazzi, un viaggio che parte dalla scuola di tutti i giorni. Non ho mai ferito i miei alunni di voti, li detestavo da alunno (pur “andando bene”), non li ho mai utilizzati da insegnante nè li ho mai declinati come strumento di disciplina. L’esperienza abbinata alla massima cura ed attenzione ai dettagli segna sempre la via (da giovane sono stato aiutato dall’esperienza degli altri, dei miei grandi Maestri): evitare di costruire qualcosa per imporlo cercando di interessare attraverso apprendimenti che abbiano qualcosa di concreto, divertente e stimolante è un sistema che avvicina i ragazzi agli apprendimenti, anche per questo non ho mai utilizzato libri di testo, nè mi sono fatto condizionare dalle guide didattiche (addestrano addestratori); al contrario ho cercato di cogliere l’essenza dei concetti per poterli presentare adattati e sempre diversificati, mai standardizzati. Lo spazio alla creatività libera l’estro dei ragazzi (non amo che mi chiedano continue conferme, né che io debba validare ogni loro singolo passo), spessissimo sono loro ad essere protagonisti di scelte o di decisioni; un impianto molto più semplice da vivere che da spiegare: la giornata scolastica si apre con narrazioni, racconti, alle volte musica… un modo variegato che apre alla presentazione delle attività da svolgere e delle difficoltà da affrontare. La democrazia a scuola è il terreno in cui cresce il cittadino che i nostri bambini saranno; l’accettazione dell’altro è fondamento del crescere assieme (è superfluo che vi dica la disposizione dei banchi o dell’uso di regole condivise), una classe democratica presuppone che non vi sia competizione ma collaborazione, che venga esplicitato il concetto vero di competenza: le avventure didattiche di tutti i giorni prevedono l’aiuto reciproco e la condivisione, al termine non c’è un giudizio di merito dell’adulto, un premio/rinforzo in stile comportamentista che forza la motivazione ed inibisce il piacere del creare. Inoltre, costruire apprendimenti con un’appendice “autocorrettiva” (il bambino autonomamente riesce a rilevare incongruenze o errori e a porre rimedio, elevandosi rispetto alla sua produzione, sentendosi attivo e capace sempre) marginalizza il ricorso continuo alla valutazione sommativa, le verifiche degli apprendimenti in questo contesto risultano episodiche e si esplicitano in momenti ludici[1]. Una parte fondamentale del costrutto metodologico risulta l’osservazione sistematica che impropriamente chiamo “empatica”[2]. La condivisione dei molteplici punti di osservazione assicura la maggior oggettività possibile nel campo dell’istruzione (non la media matematica del dato numerico), consente una rilevazione a 360° dei talenti e delle possibilità del nostro alunno, le sue capacità lo aiuteranno a superare le difficoltà nel percorso apprenditivo. L’autovalutazione, accennata poco sopra, deve essere parte integrante del processo di crescita del bambino e deve trovare posto nella documentazione di fine anno come parte integrante è la famiglia con cui devono essere condivise le scelte metodologiche (per coerenza) e le strategie per la rimozione di eventuali difficoltà. Nel concepire una progettazione di un diverso documento del percorso di crescita dei nostri bambini (mi attengo alla scuola primaria) mi sono fatto consigliare da alcuni spunti che delineo brevemente:osservazione assicura la maggior oggettività possibile nel campo dell’istruzione (non la media matematica del dato numerico), consente una rilevazione a 360° dei talenti e delle possibilità del nostro alunno, le sue capacità lo aiuteranno a superare le difficoltà nel percorso apprenditivo. L’autovalutazione, accennata poco sopra, deve essere parte integrante del processo di crescita del bambino e deve trovare posto nella documentazione di fine anno come parte integrante è la famiglia con cui devono essere condivise le scelte metodologiche (per coerenza) e le strategie per la rimozione di eventuali difficoltà. Nel concepire una progettazione di un diverso documento del percorso di crescita dei nostri bambini (mi attengo alla scuola primaria) mi sono fatto consigliare da alcuni spunti che delineo brevemente:
– la normativa vigente stabilisce che le esigenze certificative avvengono attraverso l’analisi dei livelli delle competenze europee al termine della quinta classe;
– nelle Indicazioni gli obiettivi di apprendimento sono declinati distinti per il primo triennio e poi per il successivo biennio;
– non è prevista la ripetizione dell’anno (“bocciatura”) per cui l’attestazione del passaggio di classe diviene un documento di prassi.
Riflessioni che mi portano a pensare che la pagella perde la sua funzione certificativa, viene svuotata di contenuti istituzionali, è un puntuale documento votato alla “rilevazione dei livelli di apprendimento”[3] del percorso degli alunni: comunicare[4] e non certificare[5] ribalta finalità ed obiettivi, attori e spettatori. La “peccetta” aggiunta all’impianto legislativo, “e’ espressa con votazioni in decimi che indicano differenti livelli di apprendimento” non risulta coerente con l’intero impianto normativo tanto che all’assegnazione del voto numerico si chiede una traduzione in termini letterali.
Il tutto chiaramente rimane coerente nel momento in cui si prende in considerazione “l’acquisizione delle competenze progressivamente acquisite” e quindi grazie all’impianto delle Indicazioni si “descrive il progressivo sviluppo dei livelli delle competenze chiave e delle competenze di cittadinanza, a cui l’intero processo di insegnamento-apprendimento è mirato, anche sostenendo e orientando le alunne e gli alunni verso la scuola del secondo ciclo di istruzione”.[6] E’ preferibile che il documento abbia una cadenza annuale e non tri/quadrimestrale per diverse motivazioni: in uno spettro ampio sono più facilmente riscontrabili progressi acquisiti e “sedimentati” piuttosto degli insight e delle “abilità a breve termine”; il respiro più lungo consente tempi di acquisizione adatti a chi è in difficoltà, consentono quindi una metodologia attiva, affine al ritmo dei bambini, come anche una maggior costanza della rendicontazione che non subisce la variabile umana della crescita. In preparazione al seminario di Milano ho provato ad analizzare secondo i dettami dell’analisi logica le esigenze di questa importante documentazione. Le “domande della valutazione”[7] ci suggeriscono i quattro soggetti coinvolti in questa rendicontazione: bambini, docenti, famiglia ed istituzione, ognuno con prerogative e bisogni diversi che devono essere ottemperati; esigenze (formativa, didascalica, certificativa e sociale) che delineano compiti e ruoli distinti ma sicuramente non derogabili e complementari in un’ottica di costruzione della cittadinanza attiva. Partecipazione e condivisione degli attori di uno spettacolo che non ha mai fine, la scuola accompagna ogni momento della vita come costantemente segue la crescita attraverso l’osservazione che in un contesto scolastico viene premessa dalla calibrazione degli obiettivi prescelti i secondo le esigenze di tutti gli attori. E’ quindi opportuno che inizialmente, in sede collegiale, all’interno del contesto più ampio del POF, vengano chiariti i significati di condivisione, osservazione, valutazione (autovalutazione) e pubblicazione: i 4 momenti che determinano l’essenza di una scuola attiva. Una progettazione competente parte dal lavoro di equipe dipartimentali (o disciplinari allargate) che delineano un curricolo verticale selezionando input dalle Indicazioni Ministeriali: una puntuale calibrazione che verrà monitorata, rivista e condivisa tutto l’anno scolastico attraverso gli strumenti idonei (registro elettronico opportunamente aggiustato, diario di bordo, programmazione settimanale di compartimento…) e compatibili alle attività di riflessione, analisi e revisione che devono sempre accompagnare il processo. L’incontro “Pagella fai da te” ci ha lasciati con l’idea che non vi sia una reale necessità di costruire un modello ministeriale unico, prodotto a garanzia del sistema scolastico quanto l’esigenza di documentare con cura ed attenzione un processo di crescita. Il documento dovrebbe costituzionalmente garantire la fruibilità dalle famiglie (contesto), l’efficacia per l’alunno e la maneggevolezza per l’insegnante (semplicità di un linguaggio professionale[8]). Tante sono le scuole attive, che si adoperano per i propri ragazzi adottando forme di valutazione formativa che si sostanziano in documenti finali diversi ma con la stessa prerogativa, tante le forme di lettura contestualizzata delle Leggi in vigore; la “Pagella Fai da te” lungi dall’essere la soluzione, richiama alla proposta di personalizzare il documento nell’ottica dell’autonomia salvaguardando alcuni prerogative che abbiamo richiamato: la presenza di tutti gli attori coinvolti, l’assenza di giudizi discriminatori, la necessità di comunicazione attraverso la lingua. Nella convinzione che solo scardinando l’incancrenita architettura di una scuola selettiva riusciremo a garantire la crescita democratica dei ragazzi e la cultura del nostro Paese.Le domande che ci poniamo sulla valutazione non possono prescindere dal fatto che la stessa rivolge il ruolo di soggetto nella scuola moderna e competitiva delineata dalla Riforma Gelmini del 2008: è il bambino ad essere l’oggetto (di misurazioni continue ed inferenti). Le necessità di una moderna società, le indicazioni concordate con i paesi dell’UE, il bisogno di un principio educante, il benessere e la soddisfazione nel lavoro ci suggeriscono un modello di scuola diverso; adottare una valutazione autentica, formativa e democratica ci porta a pensare anche al documento che racconta fatiche e conquiste dei nostri ragazzi, un viaggio che parte dalla scuola di tutti i giorni. Non ho mai ferito i miei alunni di voti, li detestavo da alunno (pur “andando bene”), non li ho mai utilizzati da insegnante nè li ho mai declinati come strumento di disciplina. L’esperienza abbinata alla massima cura ed attenzione ai dettagli segna sempre la via (da giovane sono stato aiutato dall’esperienza degli altri, dei miei grandi Maestri): evitare di costruire qualcosa per imporlo cercando di interessare attraverso apprendimenti che abbiano qualcosa di concreto, divertente e stimolante è un sistema che avvicina i ragazzi agli apprendimenti, anche per questo non ho mai utilizzato libri di testo, nè mi sono fatto condizionare dalle guide didattiche (addestrano addestratori); al contrario ho cercato di cogliere l’essenza dei concetti per poterli presentare adattati e sempre diversificati, mai standardizzati. Lo spazio alla creatività libera l’estro dei ragazzi (non amo che mi chiedano continue conferme, né che io debba validare ogni loro singolo passo), spessissimo sono loro ad essere protagonisti di scelte o di decisioni; un impianto molto più semplice da vivere che da spiegare: la giornata scolastica si apre con narrazioni, racconti, alle volte musica… un modo variegato che apre alla presentazione delle attività da svolgere e delle difficoltà da affrontare. La democrazia a scuola è il terreno in cui cresce il cittadino che i nostri bambini saranno; l’accettazione dell’altro è fondamento del crescere assieme (è superfluo che vi dica la disposizione dei banchi o dell’uso di regole condivise), una classe democratica presuppone che non vi sia competizione ma collaborazione, che venga esplicitato il concetto vero di competenza: le avventure didattiche di tutti i giorni prevedono l’aiuto reciproco e la condivisione, al termine non c’è un giudizio di merito dell’adulto, un premio/rinforzo in stile comportamentista che forza la motivazione ed inibisce il piacere del creare. Inoltre, costruire apprendimenti con un’appendice “autocorrettiva” (il bambino autonomamente riesce a rilevare incongruenze o errori e a porre rimedio, elevandosi rispetto alla sua produzione, sentendosi attivo e capace sempre) marginalizza il ricorso continuo alla valutazione sommativa, le verifiche degli apprendimenti in questo contesto risultano episodiche e si esplicitano in momenti ludici[1]. Una parte fondamentale del costrutto metodologico risulta l’osservazione sistematica che impropriamente chiamo “empatica”[2]. La condivisione dei molteplici punti di osservazione assicura la maggior oggettività possibile nel campo dell’istruz Il tutto chiaramente rimane coerente nel momento in cui si prende in considerazione “l’acquisizione delle competenze progressivamente acquisite” e quindi grazie all’impianto delle Indicazioni si “descrive il progressivo sviluppo dei livelli delle competenze chiave e delle competenze di cittadinanza, a cui l’intero processo di insegnamento-apprendimento è mirato, anche sostenendo e orientando le alunne e gli alunni verso la scuola del secondo ciclo di istruzione”.[6] E’ preferibile che il documento abbia una cadenza annuale e non tri/quadrimestrale per diverse motivazioni: in uno spettro ampio sono più facilmente riscontrabili progressi acquisiti e “sedimentati” piuttosto degli insight e delle “abilità a breve termine”; il respiro più lungo consente tempi di acquisizione adatti a chi è in difficoltà, consentono quindi una metodologia attiva, affine al ritmo dei bambini, come anche una maggior costanza della rendicontazione che non subisce la variabile umana della crescita. In preparazione al seminario di Milano ho provato ad analizzare secondo i dettami dell’analisi logica le esigenze di questa importante documentazione. Le “domande della valutazione”[7] ci suggeriscono i quattro soggetti coinvolti in questa rendicontazione: bambini, docenti, famiglia ed istituzione, ognuno con prerogative e bisogni diversi che devono essere ottemperati; esigenze (formativa, didascalica, certificativa e sociale) che delineano compiti e ruoli distinti ma sicuramente non derogabili e complementari in un’ottica di costruzione della cittadinanza attiva. Partecipazione e condivisione degli attori di uno spettacolo che non ha mai fine, la scuola accompagna ogni momento della vita come costantemente segue la crescita attraverso l’osservazione che in un contesto scolastico viene premessa dalla calibrazione degli obiettivi prescelti i secondo le esigenze di tutti gli attori. E’ quindi opportuno che inizialmente, in sede collegiale, all’interno del contesto più ampio del POF, vengano chiariti i significati di condivisione, osservazione, valutazione (autovalutazione) e pubblicazione: i 4 momenti che determinano l’essenza di una scuola attiva. Una progettazione competente parte dal lavoro di equipe dipartimentali (o disciplinari allargate) che delineano un curricolo verticale selezionando input dalle Indicazioni Ministeriali: una puntuale calibrazione che verrà monitorata, rivista e condivisa tutto l’anno scolastico attraverso gli strumenti idonei (registro elettronico opportunamente aggiustato, diario di bordo, programmazione settimanale di compartimento…) e compatibili alle attività di riflessione, analisi e revisione che devono sempre accompagnare il processo. L’incontro “Pagella fai da te” ci ha lasciati con l’idea che non vi sia una reale necessità di costruire un modello ministeriale unico, prodotto a garanzia del sistema scolastico quanto l’esigenza di documentare con cura ed attenzione un processo di crescita. Il documento dovrebbe costituzionalmente garantire la fruibilità dalle famiglie (contesto), l’efficacia per l’alunno e la maneggevolezza per l’insegnante (semplicità di un linguaggio professionale[8]). Tante sono le scuole attive, che si adoperano per i propri ragazzi adottando forme di valutazione formativa che si sostanziano in documenti finali diversi ma con la stessa prerogativa, tante le forme di lettura contestualizzata delle Leggi in vigore; la “Pagella Fai da te” lungi dall’essere la soluzione, richiama alla proposta di personalizzare il documento nell’ottica dell’autonomia salvaguardando alcuni prerogative che abbiamo richiamato: la presenza di tutti gli attori coinvolti, l’assenza di giudizi discriminatori, la necessità di comunicazione attraverso la lingua. Nella convinzione che solo scardinando l’incancrenita architettura di una scuola selettiva riusciremo a garantire la crescita democratica dei ragazzi e la cultura del nostro Paese.Le domande che ci poniamo sulla valutazione non possono prescindere dal fatto che la stessa rivolge il ruolo di soggetto nella scuola moderna e competitiva delineata dalla Riforma Gelmini del 2008: è il bambino ad essere l’oggetto (di misurazioni continue ed inferenti). Le necessità di una moderna società, le indicazioni concordate con i paesi dell’UE, il bisogno di un principio educante, il benessere e la soddisfazione nel lavoro ci suggeriscono un modello di scuola diverso; adottare una valutazione autentica, formativa e democratica ci porta a pensare anche al documento che racconta fatiche e conquiste dei nostri ragazzi, un viaggio che parte dalla scuola di tutti i giorni. Non ho mai ferito i miei alunni di voti, li detestavo da alunno (pur “andando bene”), non li ho mai utilizzati da insegnante nè li ho mai declinati come strumento di disciplina. L’esperienza abbinata alla massima cura ed attenzione ai dettagli segna sempre la via (da giovane sono stato aiutato dall’esperienza degli altri, dei miei grandi Maestri): evitare di costruire qualcosa per imporlo cercando di interessare attraverso apprendimenti che abbiano qualcosa di concreto, divertente e stimolante è un sistema che avvicina i ragazzi agli apprendimenti, anche per questo non ho mai utilizzato libri di testo, nè mi sono fatto condizionare dalle guide didattiche (addestrano addestratori); al contrario ho cercato di cogliere l’essenza dei concetti per poterli presentare adattati e sempre diversificati, mai standardizzati. Lo spazio alla creatività libera l’estro dei ragazzi (non amo che mi chiedano continue conferme, né che io debba validare ogni loro singolo passo), spessissimo sono loro ad essere protagonisti di scelte o di decisioni; un impianto molto più semplice da vivere che da spiegare: la giornata scolastica si apre con narrazioni, racconti, alle volte musica… un modo variegato che apre alla presentazione delle attività da svolgere e delle difficoltà da affrontare. La democrazia a scuola è il terreno in cui cresce il cittadino che i nostri bambini saranno; l’accettazione dell’altro è fondamento del crescere assieme (è superfluo che vi dica la disposizione dei banchi o dell’uso di regole condivise), una classe democratica presuppone che non vi sia competizione ma collaborazione, che venga esplicitato il concetto vero di competenza: le avventure didattiche di tutti i giorni prevedono l’aiuto reciproco e la condivisione, al termine non c’è un giudizio di merito dell’adulto, un premio/rinforzo in stile comportamentista che forza la motivazione ed inibisce il piacere del creare. Inoltre, costruire apprendimenti con un’appendice “autocorrettiva” (il bambino autonomamente riesce a rilevare incongruenze o errori e a porre rimedio, elevandosi rispetto alla sua produzione, sentendosi attivo e capace sempre) marginalizza il ricorso continuo alla valutazione sommativa, le verifiche degli apprendimenti in questo contesto risultano episodiche e si esplicitano in momenti ludici[1]. Una parte fondamentale del costrutto metodologico risulta l’osservazione sistematica che impropriamente chiamo “empatica”[2]. La condivisione dei molteplici punti di osservazione assicura la maggior oggettività possibile nel campo dell’istruzione.
[1] Esempio: 2 squadre che giocando si sfidano a risolvere enigmi o sfide fantasiose in cui la prestazione del singolo incide come risultato del gruppo (ma la rendicontazione individuale non viene fatta e a loro non interessa)
[2] Empatica: profonda, sistematica, dinamica, multidimensionale, contestuale e focalizzata a cui devono seguire analisi e valutazione/autovalutazione condivisa. I livelli riscontrati integrano prestazioni frutto di un corollario di abilità e conoscenze ed atteggiamenti/comportamenti di natura socio-relazionale.
[3] DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 62 Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera i), della legge 13 luglio 2015, n. 107.
[4] dal latino, composto di CUM (insieme) e MUNIS (ufficio, incarico, dovere, funzione), communicare = METTERE IN COMUNE, derivato di comune = CHE COMPIE IL SUO DOVERE (CON GLI ALTRI); Riporto l’art.1 c5: “per favorire i rapporti scuola-famiglia, le istituzioni scolastiche adottano modalità di comunicazione efficaci e trasparenti in merito alla valutazione del percorso scolastico delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti.”
[5] dal latino tardo, composto di CERTUS (certo) e tema di FACĔRE «fare»: rendere certo, assicurare qualcuno, rifl: acquistare certezza, assicurarsi, accertarsi. Dimostrare come certo, attestare, documentare.
[6] DECRETO LEGISLATIVO 742/17
[7] Dossier dulla valutazione MCE, http://www.mce-fimem.it/ricerca-didattica-mce/iniziativa-ricerca-valutazione-competenze/
[8] Si va perdendo dietro sigle e artificiose congetture un linguaggio pedagogico che appartenga alle competenze del docente, non ne analizziamo in questa sede cause e conseguenze
