nell’apprendimento.
Se proviamo a chiudere gli occhi e ad immaginare l’aula scolastica non più come un rigido, asettico e immutabile tribunale della trasmissione nozionistica, dove il banco funge da panca d’imputazione e la cattedra da estenuante pulpito dogmatico, ma come un vivace, rumoroso e imprevedibile cantiere di ricerca antropologica e culturale, ci accorgiamo immediatamente di quanto la figura del docente debba radicalmente mutare pelle, abdicando definitivamente al ruolo di onniscente distributore di risposte preconfezionate per abbracciare la faticosa, eppure immensamente esaltante, arte del fare un passo indietro.
È esattamente questa la vertiginosa prospettiva pedagogica che pulsa nelle stanze virtuali e laboratoriali del mio sito, uno spazio di pensiero e militanza educativa che affonda le proprie radici nel terreno fertile, mai domo e profondamente sovversivo della metodologia attiva e dei principi storici del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), un luogo in cui l’apprendimento smette di essere passiva ricezione impiegatizia per farsi atto politico, emancipativo, comunitario e radicalmente cooperativo.
In questo denso crogiolo teorico, il concetto di devoluzione, magistralmente teorizzato da Guy Brousseau nell’alveo della didattica delle matematiche ma qui felicemente esteso all’intero scibile umano e alla grammatica quotidiana dell’esistenza, non rappresenta una semplice e tecnica strategia didattica, bensì un vero e proprio atto di fede e di fiducia politica nell’infanzia: il momento cruciale, quasi iniziatico, in cui l’insegnante si spoglia del proprio potere coercitivo per trasferire la responsabilità della situazione didattica direttamente nelle mani dell’alunno, sottraendosi alla tentazione autoritaria di suggerire la via d’uscita e consegnando così il sapere al suo legittimo, unico proprietario, ovvero chi apprende.
Questa tensione verso la sottrazione del potere magisteriale richiama inevitabilmente le luminose riflessioni di Mario Lodi e Celestin Freinet, colonne portanti di quel MCE che ha insegnato a scardinare le pareti dell’aula per aprirsi alla tipografia, al testo libero, alla stamperia e alla vita vissuta, così come riecheggia la lezione di Paulo Freire quando ammonisce che l’educazione non può ridursi a un’operazione di deposito bancario, dove il maestro deposita nozioni e l’alunno le custodisce docilmente. Al contrario, la devoluzione brousseaumiana scardina il contratto didattico tradizionale perché costringe il soggetto a fare i conti con un milieu, con una situazione-problema che resiste, che oppone attrito e che esige invenzione.
Se guardiamo poi al modo in cui i concetti prendono forma e si strutturano nell’architettura cognitiva dell’alunno (in particolare nell’ambito del pensiero spaziale e geometrico), la riflessione non può che incrociare il celebre modello di Pierre e Dina van Hiele. I coniugi olandesi hanno brillantemente dimostrato come l’evoluzione della competenza attraversi rigorosi livelli di sviluppo (dal livello visivo, in cui la forma è colta globalmente nella sua interezza percettiva, passando per l’analisi descrittiva delle proprietà e la deduzione informale, fino ad arrivare alla deduzione formale e al rigore assiomatico). Per favorire il transito dinamico da un gradino all’altro, la teoria individua precise fasi di apprendimento a partire dalla fase di informazione o esplorazione iniziale, in cui ci si appropria di un lessico condiviso, passando per l’orientamento guidato e l’esplicitazione, fino ad arrivare all’integrazione finale. Questo percorso dimostra inequivocabilmente che il salto concettuale non è mai una questione di mera maturazione anagrafica o di mnemonica ripetizione, bensì l’esito di un’azione didattica intenzionale, mediata da contesti laboratoriali in cui l’alunno sperimenta direttamente la materia.
Entrare in questo orizzonte, che attraversa trasversalmente i testi dedicati alla ricerca educativa (vedi La Mate ribaltata, Sguardi e i contributi della Pedagogia dell’emancipazione e valutazione), significa fare i conti con un’idea di scuola che rifiuta categoricamente la fredda, stigmatizzante e numerica tassonomia dei voti per riscoprire il valore generativo, narrativo e maieutico della valutazione formativa. È la stessa “mate ribaltata” a ricordarcelo: un viaggio straordinario in cui i problemi non sono mai esercizi seriali o algoritmiche catene di montaggio da eseguire applicando formule morte, ma provocazioni per l’intelligenza, sassi nello stagno del pensiero che invitano il collettivo pensante a sporcarsi le mani, a sbagliare, a negoziare significati e a costruire strategie autonome di senso.
In questo continuo rimando tra teoria e prassi, il discorso si intreccia idealmente con il pensiero di Edgar Morin sulla complessità e sulla necessità di un sapere che unisca anziché frammentare, e con la lezione di Jerome Bruner sull’importanza del pensiero narrativo e della cultura come cassette degli attrezzi per dare senso al mondo.
Quando il docente compie l’atto rivoluzionario della devoluzione, dunque, non sta semplicemente delegando un compito o sbrigando una pratica curricolare ma sta allestendo un palcoscenico di libertà in cui le bambine e i bambini (ricercatori) possono finalmente sperimentare il brivido vertiginoso della scoperta autonoma. In questo spazio vivo, l’errore non è più la colpa morale da censurare con l’implacabile penna rossa, ma diventa un ineludibile, benedetto e fecondo motore di aggiustamento concettuale, l’indizio inequivocabile che un pensiero sta prendendo forma. E così, tra le pagine del sito e la concretezza quotidiana del fare scuola, il sapere scolastico smette i panni dell’estraneo ostile da memorizzare per esami di passaggio, trasformandosi in carne viva, in radicale esercizio di cittadinanza critica, in genius loci che sa guardare alle radici del territorio senza mai smettere di interrogare l’infinito orizzonte del mondo.
