L’effetto Dunning-Kruger (EDK) è una distorsione cognitiva nella quale individui poco esperti e poco competenti in un campo tendono a sovrastimare la propria preparazione giudicandola, a torto, superiore alla media.
Cosa c’entra l’effetto Dunning Kruger con la scuola? C’entra eccome!
L’eggetto Dunning Kruger stabilisce la tirannia dell’incompetenza, nell’era dell’informazione istantanea, siamo testimoni di un paradosso inquietante: nonostante l’accesso alla conoscenza non sia mai stato così facile, la confidenza nelle proprie convinzioni superficiali è alle stelle….Tutti si sentono docenti, medici, geometri, avvocati…
Questo fenomeno trova la sua spiegazione scientifica nell’Effetto Dunning-Kruger, un bias cognitivo che induce le persone poco competenti a sovrastimare enormemente le proprie capacità, l’idiota non si percepisce tale altrimenti non lo sarebbe.
Quando questo paradosso migra dalla psicologia sociale alla sfera pubblica, amplificato dai social media, diventa molto più di una curiosità accademica: si trasforma in un veleno per l’istruzione e per la concezione stessa di realtà.
«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» (Umberto Eco), è l’orizzonte pianeggiante dell’informazione: l’opinione dell’improvvisato esperto sul web acquista lo stesso peso epistemologico dello studioso che ha dedicato una vita alla ricerca. L’individuo che si ritiene un “sapiente” grazie allo scorrere di un feed abbandona la fatica della ricerca, il dubbio metodico e la verifica critica, destinando la propria ignoranza a diventare il metro di giudizio di un mondo vissuto in modo acritico e identitario.
Il cuore del problema risiede nella distorta percezione del “sapere”, “Le persone incompetenti tendono a sovrastimare il proprio livello di competenza, fallendo nel riconoscere la propria incompetenza proprio perché la mancano” (Dunning – Kruger 1999), nell’ecosistema digitale, questo meccanismo è potenziato dall’algoritmo, i social media non sono progettati per approfondire, ma per confermare, evidenziare. L’utente che si imbatte in un titolo sensazionalistico o in una breve sintesi video assume l’informazione frammentata come conoscenza totale, non c’è lo spazio per le sfumature, per il “forse” o per il probabile”, è la dittatura del pensiero ultras, della mentalità identitaria.
La conseguenza più devastante di questa auto-stima infondata è l’abbandono della verifica intesa come validazione: se mi sento già competente, perché dovrei cercare fonti alternative, confrontarmi o leggere studi complessi? La ricerca della verità richiede umiltà intellettuale, l’accettazione che il proprio punto di vista potrebbe essere errato o incompleto, una modalità euristica scomparsa guardacaso anche dalle aule scolastiche.
L’apprendimento autentico, inteso come processo di costruzione lenta e laboriosa, viene sostituito dall’accumulo di enunciazioni identitarie, si apprende non per capire il mondo, ma per rafforzare la propria appartenenza a una “tribù” culturale, in questo scenario, l’ignoranza non è più un vuoto da colmare, ma un’arma di difesa della propria barbarie, l’ignoranza che diventa prepotenza.
Come scriveva Socrate, ignoranza e presunzione sono la radice di ogni male, la saggezza socratica parte dal riconoscere di non sapere (“So di non sapere“), l’individuo malato di Dunning-Kruger inverte questo assioma: “So di sapere, quindi chi la pensa diversamente è un nemico”, la critica non è più uno strumento di discernimento, ma un attacco identario ed acritico, la discussione si spegne, sostituita dal linciaggio o dall’eco-chamber.
La trasformazione della propria “idiozia” a metro di giudizio della realtà è percepita come un possesso statico e non come un cammino, diventa una carta d’identità: fissa dei principi artefatti da difendere a qualsiasi costo: mettere in discussione le convinzioni significa smontare l’essenza. Mettiamo in auge il concetto di Schopenhauer ne L’arte di avere ragione, gli stratagemmi dialettici per vincere le discussioni senza aver ragione.
Tra queste, l’uso dell’ad hominem o il rifiutare i presupposti dell’avversario, su internet, questa dinamica è sistematica: la realtà non è fatta di fatti, ma di come “io sento” i fatti, la mia verità emotiva vale più della tua verità oggettiva.
Hannah Arendt analizzando il totalitarismo e la banalità del male, aveva già notato quanto la mancanza di pensiero critico (thoughtlessness) rendesse gli individui vulnerabili alle ideologie, la capacità di pensare è ciò che ci permette di fermarci e giudicare il mondo senza essere trascinati dalla corrente.
L’utente dei social accetta passivamente le narrazioni che soddisfano il suo orticello cognitivo, per questo smette di “pensare” in senso arendtiano: cede la propria facoltà di giudizio all’algoritmo e al branco.
L’istruzione sotto assedio: il declino del maestro
Qual è l’impatto sull’istruzione? L’istruzione si fonda sulla premessa che c’è qualcuno che sa di più (il maestro) e lo vuole condividere con qualcuno che deve imparare (lo studente), l’effetto Dunning-Kruger, unito alla mercificazione dell’informazione, ha eroso questa gerarchia sociomeritocratica, oggi, lo studente che ha “letto su Facebook” o “visto su TikTok” spesso si sente in diritto di contestare l’accademico non con dati migliori, ma con certezze autoimposte: non si contesta il contenuto, ma l’autorità stessa del sapere istituzionale, percepita come aristocratica e distante dalla “verità della gente”, il sapere viene visto come un’architettura farlocca del potere.
Viviamo un’epoca in cui i moderni sofisti (coloro che vendevano l’arte di persuadere indipendentemente dalla verità), dominano la mente degli inculturati: insegnano a sembrare competenti, su costrutti narrativi convincenti e compiacenti: la barbarie diviene uno status sociale riconoscibile ed identitario (vedi il movimento trumpista americano): se la mia esperienza assurge ad unica prova tangibile, la scienza, la storia e la filosofia diventano semplici “opinioni”.
L’effetto Dunning-Kruger, alimentato dai social, sta creando una società di “imperatori senza vestiti“, una massa di individui che, non avendo consapevolezza dei propri limiti, non riescono nemmeno a intravedere la vastità della conoscenza ignorata , per uscire da questo vicolo cieco è necessario un ritorno alla radice del pensiero filosofico: l’umiltà.
Riconoscere di non sapere è il primo passo per recuperare la capacità di apprendere, l’istruzione del futuro non dovrà più trasmettere solo nozioni, ma dovrà insegnare a riconoscere i propri limiti, a resistere alla confortevole seduzione dell’informazione facile e a capire che la realtà è complessa e resistente, e non può mai essere racchiusa in un post o in una storia.
Solo così potremo evitare che la nostra “idiozia” diventi il metro con cui misuriamo il mondo.
