CHI REGALA UN SORRISO AD UN BAMBINO VEDE IL SOLE STRACCIARE LE NUVOLE

L’INVERNO DEL CUORE

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Le relazioni anaffettive

Con grande delusione ed amarezza constatiamo nelle nostre classi un disaffezione alla scuola e in particolarmodo alla sua funzione educativa. Il Ministero è l’esecutore di voleri più grandi, la società in effetti da tempo sta cercando di ridurre la scuola ad un nozionificio addestrativo piuttosto che a un parcheggio (multilivello) per minori: le Leggi cercano con ostinazione di limitare la tessitura di una rete sociale consapevole attraverso la scuola mentre la burocrazia allontana i docenti dalla responsabilità educativa.

Massimo Baldacci, in un incontro a Pesaro, metteva proprio in evidenza la correlazione tra il capitalismo cannibale odierno e l’esplosione di individualismo per creare il mercato dei bisogni, una pentola a pressione emotiva che schiaccia il rispecchiamento emotivo ed empatia anche all’interno delle mura famigliari (quelle poche rimaste).

Nelle classi troviamo spesso bambini “orfani di genitori vivi”, “adulti” proiettati in una dimensione anaffettiva, schiavi di sogni irrealizzabili, “diverticolati” in pensieri egotici… quella dei bambini di oggi è una solitudine silente che fa molto rumore: ne sentiamo l’eco nei tragici fatti di cronaca quotidiana che spesso ci disorientano e ci spaventano. Ma non facciamo nulla.

Anzi la soluzione è cancellare l’educazione sessoaffettiva e chiedere il consenso al genitore per ogni iniziativa significativa: proprio questo ci chiarisce che la scuola è stata esautorata da uno dei suoi compiti principali (la mia cara collega Claudia Salmonti mi diceva “prima l’educazione, poi l’istruzione“).

In effetti quante volte ci siamo detti che la scuola dovrebbe promuovere cittadinanza consapevole piuttosto che istruiti barbari nell’anima? Ma se la destiniamo alla competizione piuttosto che alla competenza, se cerchiamo i migliori scartando chi ha dei bisogni (che alimentano un mercato molto fiorente…)…l’alunno non è più un soggetto da formare come cittadino del mondo, ma un cliente che acquista un “servizio”, la scuola non deve più occuparsi della qualificazione (competenze), della socializzazione (convivenza) e della soggettivazione (diventare un sé unico), ma deve semplicemente fornire output misurabili, come i voti o i risultati nei test standardizzati.

L’IO ha prodotto un’eclissi del NOI: l’ anaffettività sociale e la deriva aziendalistica della Scuola sono al centro di un’epoca contraddittoria: mai come oggi siamo iper-connessi, eppure profondamente soli, l’iperconnessione paradossalmente accentua la dimensione individualistica attraverso lo schermo in cui appaiono vite tra cui la propria.

Il tessuto sociale mostra i segni di una grave “anaffettività” non intesa come mera mancanza di sentimenti, ma come incapacità strutturale di prendersi cura dell’altro: quando gli interessi egoici ed egocentrici prevalgono su quelli familiari e comunitari, l’individuo smette di essere un cittadino per diventare un consumatore di sé stesso.

In questo scenario, l’istituzione scolastica subisce una metamorfosi inquietante: perde la sua funzione sociale di “comunità educante” e si riduce a un servizio all’utenza, un erogatore di nozionismo misurabile e contrattabile per individualisti radicalizzati.


Il declino della famiglia e della comunità ha contribuito alla costituzione di un individuo ossessionato dal proprio benessere psichico e dalla propria immagine, incapace di legami significativi perché richiedono dipendenza e soprattutto responsabilità – cose che l’ego narcisistico rifiuta. Il risultato è una società anaffettiva, dove le relazioni sono strumentalizzate: esistono solo in quanto portano un vantaggio immediato al sé.

Nelle classi corrisponde alla fuga dei genitori dalle proprie responsabilità, senza che il Patto educativo di corresponsabilità possa fare la sua funzione.

L’ascesa di questo individualismo ha eroso il “capitale sociale” costruito dal dopoguerra, la partecipazione alla vita civica e sociale è crollata a favore di una sempre maggiore privatizzazione dell’esistenza, quando questo capitale sociale diminuisce, la fiducia negli altri crolla: l’altro diventa un competitor, non un compagno di viaggio.

A livello strettamente professionale lo vediamo nei collegi dei docenti spesso trasformatisi in sterile momento di ratifica delle decisioni del DiriEsigente, in questo contesto di sfaldamento del legame sociale, la scuola sfaldata rischia di subire un destino analogo a quello di altre istituzioni: affogata di burocratizzazione e di mercificazione.

Quando la famiglia (o l’alunno stesso) assume la logica del cliente, il rapporto pedagogico si spezza. L’insegnante non è più una figura di riferimento, un’autorità educativa che trasmette valori e cultura, ma un tecnico che deve erogare un “prodotto soddisfacente”. Come sottolinea il sociologo Ulrich Beck ne La società del rischio (1986), l’individualismo istituzionalizzato porta gli individui a vedersi come soli responsabili del proprio destino e successo. Di conseguenza, se il bambino non ha successo, non è un problema della comunità o della situazione sociale, ma un “difetto del servizio” scolastico o dell’insegnante.

Se la scuola diventa un mero rispondente ai bisogni individuali (o familiari) di carriera, smette di essere il luogo dell’incontro e della conflittualità costruttiva: l’anaffettività del tessuto sociale entra in classe: non si impara più a collaborare, a negoziare, a tollerare l’altro, ma a competere per il credito formativo.

La deriva verso una scuola “centrata sull’utente” rischia di produrre cittadini incapaci di empatia e di azione collettiva, rafforzando quella società atomizzata non la democrazia (e ne stiamo vedendo i guasti a livello internazionale).

Solo dalla scuola di potrebbe ripartire.

Ma non questa scuola.

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