Come smantelleranno la 517
“Nella scorsa settimana di due notizie non si è occupato praticamente nessuno. Il 15 novembre al convegno la Qualità dell’inclusione a Rimini il pedagogista Dario Ianes ha illustrato i risultati di un’indagine per cui il 27,1 per cento dei docenti è favorevole al ritorno di classi speciali (nel 2023 era il 17 per cento, più di dieci punti percentuali in meno). È un fenomeno allarmante, che prospetta la possibilità nel dibattito pubblico del ritorno di quello che si poteva considerare giustamente un tabù: le classi differenziali.” (Christian Raimo)
L’Italia sta vivendo un fenomeno demografico senza precedenti: un calo costante e preoccupante del numero di alunni nelle scuole di ogni ordine e grado, contemporaneamente, però, si registra un aumento significativo della presenza di studenti con disabilità certificata, disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) e, più in generale, con Bisogni Educativi Speciali (BES).
Quello che potrebbe sembrare un paradosso rappresenta una delle sfide più urgenti e complesse per il sistema scolastico italiano, con profonde implicazioni pedagogiche, organizzative ed economiche, la sfida dell’educazione popolare (che sostiene i più fragili) di domani, anzi di oggi.
I dati ISTAT sono inequivocabili: tra l’anno scolastico 2013/2014 e il 2023/2024, il numero complessivo di alunni iscritti nel sistema scolastico italiano (dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado) è passato da circa 8,5 milioni a circa 8,1 milioni, con una perdita netta di oltre 400.000 unità in un decennio. Le proiezioni per il futuro sono ancora più allarmanti: secondo le stime ISTAT, entro il 2040 la popolazione in età scolare (6-17 anni) potrebbe ridursi di ulteriori 1,5 milioni di unità rispetto al 2020, le cause sono note: calo delle nascite (il tasso di fecondità è tra i più bassi al mondo, attestandosi intorno a 1,24 figli per donna), emigrazione giovanile e invecchiamento della popolazione (cause su cui la politica ha sempre avuto uno sguardo miope).
Il dato ISTAT sulla riduzione della popolazione scolastica (-4,7% in 10 anni, con proiezioni di -1,5 milioni entro il 2040) non è un fatto isolato, ma la conseguenza di fattori interconnessi e profondamente radicati:
- Crollo della Natalità: Una Crisi Strutturale, Non Ciclica:
- Cause Economiche: La precarietà lavorativa (soprattutto tra i giovani under 35), il costo elevato della casa e dei servizi per l’infanzia (asili nido pubblici insufficienti e costosi), e la stagnazione dei salari rendono la prospettiva di avere figli economicamente insostenibile per molte coppie, l’incertezza economica è il principale freno alle nascite.
- Cambiamento Culturale e di Genere: L’emancipazione femminile, sebbene un progresso, non è stata accompagnata da un’adeguata condivisione dei carichi di cura familiare e da politiche di conciliazione lavoro-famiglia efficaci, molte donne ritardano o rinunciano alla maternità per non compromettere la carriera. L’OCSE sottolinea come l’Italia sia tra i paesi con il più basso tasso di occupazione femminile e i minori investimenti in servizi per l’infanzia.
- Crisi del Modello Familiare Tradizionale: La famiglia numerosa non è più il modello prevalente: l’individualismo, la ricerca di realizzazione personale e la paura del futuro (climatico, economico, sociale) contribuiscono a ridurre il desiderio di prole.
- Emigrazione Giovanile: Una “Fuga dei Cervelli” e non solo:
- Cause Strutturali: La mancanza di opportunità lavorative qualificate e ben retribuite in Italia spinge migliaia di giovani laureati e professionisti a cercare fortuna all’estero. Dati della Fondazione Migrantes e del Censis indicano che oltre 100.000 giovani tra 18 e 34 anni lasciano l’Italia ogni anno. Questo fenomeno non solo riduce il numero di potenziali genitori, ma impoverisce il capitale umano del paese.
- Cause Culturali: Una percezione diffusa di blocco sociale e di mancanza di merito alimenta la delusione e la spinta a cercare ambienti più dinamici e meritocratici.
- Invecchiamento della Popolazione: L’Effetto Piramide Rovesciata:
- Cause Demografiche: L’aumento dell’aspettativa di vita (grazie ai progressi medici) unito al basso tasso di natalità crea una struttura demografica a “piramide rovesciata”, con un numero sempre maggiore di anziani rispetto a giovani. Questo squilibrio ha ripercussioni dirette sul sistema scolastico: meno bambini in età scolare e maggiori pressioni sul welfare (pensioni, sanità) che sottraggono risorse all’istruzione.
Parallelamente al calo demografico il sistema scolastico registra un aumento costante degli studenti con bisogni educativi complessi:
- Alunni con Disabilità Certificata (ex Legge 104/92): Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIUR), nel corso dell’ultimo quindicennio il numero di alunni con disabilità è cresciuto costantemente: nell’anno scolastico 2008/2009 erano circa 174.000; nel 2022/2023 hanno superato quota 280.000, con un incremento di oltre il 60%. La percentuale sul totale degli alunni è passata dal 2,1% al 3,5%. Questo aumento è dovuto a fattori multipli: maggiore sopravvivenza di bambini prematuri o con patologie complesse, diagnosi più precise e precoci, una maggiore consapevolezza dei diritti all’istruzione da parte delle famiglie e un ampliamento della definizione stessa di disabilità.
- Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA – Legge 170/2010): I dati MIUR mostrano una crescita esponenziale delle certificazioni di DSA (dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia). Se nel 2010/2011 gli alunni con DSA certificati erano circa 65.000, nel 2022/2023 hanno superato i 270.000, con un aumento di oltre il 300%. La percentuale è passata dall’0,8% al 3,4% circa. Questo boom è legato principalmente a una maggiore conoscenza dei disturbi, a strumenti diagnostici più accessibili e all’obbligo di legge di diagnosticare e supportare questi studenti.
- Bisogni Educativi Speciali (BES – D.M. 27/12/2012): La categoria più ampia dei BES, che include oltre alla disabilità certificata e ai DSA anche “altri bisogni educativi speciali” (ad esempio, disturbi evolutivi specifici non DSA, difficoltà derivanti da fattori socio-economici, linguistici o culturali, disturbi da deficit di attenzione e iperattività – ADHD non associato a disabilità), coinvolge una quota molto significativa della popolazione scolastica. Stime recenti, basate sui dati MIUR e su studi pedagogici, indicano che gli studenti con BES possano rappresentare tra il 20% e il 25% del totale degli alunni, Sebbene non tutti richiedano un Piano Educativo Individualizzato (PEI) o un Piano Didattico Personalizzato (PDP), tutti necessitano di un’attenzione didattica e metodologica specifica.
L’aumento degli alunni con disabilità e BES non è spiegabile solo con una maggiore “sensibilità”, richiede un’analisi multifattoriale:
- Fattori Medico-Sanitari e Scientifici:
- Maggiore Sopravvivenza: Progressi in neonatologia e pediatria permettono la sopravvivenza di bambini nati prematuramente o con patologie complesse (cardiopatie, malformazioni, sindromi genetiche) che un tempo non avrebbero superato i primi anni di vita. Questi bambini spesso presentano disabilità o bisogni educativi complessi. Studi dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) confermano questo trend.
- Miglioramento degli Strumenti Diagnostici: La ricerca medica e psicologica ha sviluppato strumenti più precoci e affidabili per identificare disturbi prima misconosciuti o sotto-diagnosticati (es. spettro autistico ad alto funzionamento, ADHD, DSA). Questo porta a una maggior accuratezza diagnostica, non necessariamente a un aumento reale della patogenesi.
- Nuove Conoscenze sui Disturbi: La comunità scientifica ha ampliato la comprensione di disturbi come l’ADHD, i DSA e i disturbi dello spettro autistico, riconoscendone la complessità e la variabilità individuale. Questo porta a identificare un numero maggiore di casi, anche di gravità lieve o moderata.
- Fattori Culturali e Normativi:
- Cambiamento nella Percezione della Disabilità e del Diritto all’Istruzione: La cultura dell’inclusione, promossa da convenzioni internazionali (ONU) e leggi nazionali (Legge 104/92, DLgs 66/2017), ha trasformato la disabilità da un problema individuale/familiare a una questione di diritti civili. Le famiglie sono oggi più consapevoli e propense a chiedere la certificazione e il supporto scolastico previsto per legge, sapendo che è un diritto garantito.
- Effetto delle Leggi Specifiche (es. Legge 170/2010 sui DSA): L’introduzione di una legge ad hoc sui DSA ha avuto un duplice effetto: da un lato ha legittimato le difficoltà di apprendimento, dall’altro ha creato un’aspettativa sociale e scolastica di identificazione e supporto. Questo ha spinto molte famiglie a richiedere diagnosi, spesso dopo anni di difficoltà scolastiche non riconosciute.
- Maggiore Attenzione alla Salute Mentale e al Benessere: C’è una crescente consapevolezza dell’impatto di fattori emotivi, relazionali e ambientali sull’apprendimento. Disturbi d’ansia, depressione, difficoltà relazionali e traumi (anche legati a situazioni familiari complesse o al recente periodo pandemico) sono sempre più riconosciuti come potenziali fonti di Bisogni Educativi Speciali (categoria “altri BES”). Ricerche del CNR e di istituti psicopedagogici evidenziano l’aumento del disagio giovanile.
- Fattori Socio-Economici e Contestuali:
- Aumento della Povertà Educativa: La crisi economica ha ampliato la fascia di popolazione in condizioni di povertà assoluta o relativa (dati ISTAT e Save the Children). Bambini che crescono in contesti di deprivazione materiale, culturale e relazionale presentano spesso ritardi nello sviluppo linguistico, cognitivo e socio-emotivo, che si traducono in difficoltà scolastiche e bisogni educativi specifici.
- Complessità Sociale e Familiare: L’aumento di famiglie monoparentali, nuclei fragili, situazioni di disagio (separazioni conflittuali, violenza domestica, dipendenze) crea contesti instabili che impattano negativamente sul benessere e sulla disponibilità all’apprendimento dei bambini. La scuola si trova spesso a gestire le ricadute educative di queste complessità.
- Multiculturalità e Bisogni Linguistici: La presenza di alunni stranieri o di seconda generazione con un italiano L2 (Lingua Seconda) non è di per sé un BES, ma richiede interventi specifici. Quando questi bisogni linguistici si sovrappongono a difficoltà socioeconomiche o a traumi migratori, possono generare bisogni educativi complessi che rientrano nei BES.
- Fattori Scolastici e Didattici:
- Scuola della Complessità vs. Scuola della Standardizzazione: La società è sempre più complessa e diversificata, ma il modello scolastico italiano fatica a uscire da una logica standardizzata (programmi rigidi, valutazione omologata, tempi fissi). Questo mismatch tra la realtà eterogenea degli studenti e un sistema pensato per la “media” crea artificialmente difficoltà per chi non rientra nello standard, “spesso il bisogno speciale nasce dall’incapacità della scuola di adattarsi alla diversità, non solo dalla diversità stessa” (Luigi Cottini)
- Pressione Didattica e Ansia da Prestazione: Un sistema scolastico eccessivamente focalizzato sulla valutazione sommativa e sul risultato (a volte già dalla primaria) può generare ansia, demotivazione e difficoltà emotive che si traducono in bisogni educativi speciali, soprattutto in alunni vulnerabili.
La situazione si può sintetizzare quindi in due parametri:
- Curve Demografiche: Calo costante del numero totale di alunni (-4,7% in 10 anni).
- Curve dei Bisogni: Aumento significativo sia degli alunni con disabilità (+60% in 15 anni) che con DSA (+300% in 12 anni), e una stima di BES complessiva tra il 20-25% della popolazione scolastica.
Questo significa che in una classe di 25 studenti, è probabile che almeno 6/7 presentino bisogni educativi speciali di qualche tipo, e che questo numero tenda ad aumentare mentre il numero totale di classi e di studenti diminuisce, il decisore politico per opportunismo o miopia non legge il secondo parametro ma soltanto il primo per avere l’alibi di tagliare risorse (personale, struttura e quattrini) consegnando al docente una classe ingestibile e sollevando questioni fondamentali per la pedagogia e l’organizzazione scolastica:
- L’Inclusione come Paradigma Fondante: L’aumento dei BES rende l’inclusione non più un’opzione o un valore aggiunto, ma il paradigma centrale del sistema educativo italiano. Paolo Federighi, pedagogista esperto di politiche educative, afferma “la scuola del futuro sarà inclusiva o non sarà affatto“: la riduzione del numero complessivo di studenti potrebbe, in teoria, offrire l’opportunità di classi meno numerose e quindi più gestibili per l’inclusione.
- La Complessità Didattica: La presenza di studenti con profili eterogenei e bisogni molto diversi (dalla disabilità grave al DSA lieve, alla difficoltà socio-culturale) richiede individualizzazione e personalizzazione della didattica: “l’insegnante oggi deve essere un ‘progettista di percorsi’, capace di adattare contenuti, metodi, strumenti e valutazione a ogni singolo alunno, partendo dai suoi punti di forza e non solo dalle sue fragilità” (Cottini). Questo richiede formazione, competenze specifiche, tempo e risorse.
- Il Ruolo del Gruppo Classe e della Collaborazione: La pedagogia inclusiva (ispirata a principi internazionali come quelli dell’UNESCO) enfatizza il valore del gruppo classe come risorsa, gli studenti con bisogni speciali non sono un “peso”, ma un’opportunità per arricchire l’esperienza di tutti, promuovono empatia, cooperazione e diversificazione degli apprendimenti. Questo richiede, però, un forte investimento nella formazione dei docenti sul lavoro cooperativo, “l’inclusione vera si costruisce nella relazione, nel dialogo costante tra docenti, famiglie, specialisti e studenti” (Vanna Iori).
- La Sfida delle Risorse: Il paradosso numerico crea una pressione enorme sulle risorse, meno studenti significano potenzialmente meno organico e meno finanziamenti legati al numero di iscritti. Allo stesso tempo, più studenti con BES significano più bisogno di docenti di sostegno (il cui numero è aumentato, ma spesso non in modo proporzionale alla complessità e alla distribuzione territoriale), più insegnanti curricolari formati, più personale specializzato (psicologi, logopedisti, educatori), più strumenti compensativi e misure dispensative, più spazi e tempi flessibili. Il rischio è un disallineamento crescente tra bisogni educativi reali e risorse disponibili. Questo delineerà il ritorno delle classi differenziali
Il contrasto tra il calo demografico e l’aumento dei bisogni educativi speciali non è quindi un mero dato statistico, ma la manifestazione di una profonda trasformazione sociale e culturale, la scuola italiana si trova di fronte a un bivio che rappresenta un rischio se perde l’anima rinunciando all’inclusione di qualità, strutturandosi in classi di livello ma aumentando disagio e dispersione scolastica e delegando alla formazione del cittadino con buona pace della Costituzione.
L’intreccio tra calo demografico e aumento dei BES crea un paradosso solo apparentemente le dinamiche sono strutturali, non solamente numeriche: le forze che riducono il numero degli studenti (crisi socio-economica, cambiamento culturale) alimentano l’aumento dei bisogni educativi complessi, inoltre un sistema scolastico più attento (per necessità o per scelta) identifica meglio i bisogni esistenti, rendendoli più evidenti in una popolazione più ridotta ma proporzionalmente più fragile.
A ben vedere le dichiarazioni del Ministro Valditara relative al numero degli alunni per classe non sono paradossali se si vedessero nell’ottica di portare i docenti all’esasperazione impedendo loro di insegnare e muovendoli a pensare che i bambini con bisogni speciali debbano essere trattati diversamente perché hanno necessità differenti… (articolo relativo di Orizzonte scuola).
Un agito che abbiamo già riscontrato con la semplificazione dell’ordinanza 172 (sulla valutazione) che ha riportato il nostro Paese al Medioevo: gli insegnanti si sono rituffati nella valutazione sommativa compulsiva vanificando tutti gli sforzi fatti per formare una competenza docimologica.
Le implicazioni pedagogiche non sono semplici adattamenti, ma richiedono una trasformazione radicale:
- L’Inclusione come Unica Via Maestra: con una percentuale così alta di studenti con bisogni diversi, l’inclusione cessa di essere un “settore” specializzato per diventare il cuore della didattica per tutti come afferma Vanna Iori, “la scuola del futuro non potrà più permettersi di avere una didattica ‘standard’ e una ‘speciale’. Dovrà essere unica, ma capace di mille declinazioni“, la giustificazione è pragmatica: è insostenibile gestire questa complessità con modelli dualistici.
- Personalizzazione ed Individualizzazione come Imperativo Metodologico: l’estrema eterogeneità rende obsoleto il modello della “lezione frontale per tutti”, dei metodi addestrativi. Un assunto oramai assodato che risiede anche negli studi neuroscientifici, neuropedagogici e nelle scienze dell’apprendimento: ogni cervello apprende in modo unico: “la personalizzazione non è un favore per alcuni, ma la condizione per ottimizzare il potenziale di apprendimento di ogni studente, in una classe dove la ‘normalità’ è la diversità stessa” (Lucia Mondella)
- La Formazione dei Docenti è un fattore dirimente (non lo dico perché formatore) è una cartina di tornasole, il fattore critico di successo o insuccesso metodologico e didattico. Nulla si sostiene se non abbiamo docenti preparati ed aggiornati, la giustificazione è nella complessità tecnica (dispositivi, apprendimenti, habitus…): gestire contemporaneamente bisogni relazionali, apprenditivi, differenziazione didattica richiede competenze avanzate in pedagogia speciale, didattica disciplinare inclusiva, valutazione formativa, gestione del gruppo classe, comunicazione efficace… Sappiamo bene che la formazione iniziale e in servizio attuale è ampiamente insufficiente.
- Le categorie di “Tempo” e “Spazio” sono la Condizione Essenziale: individualizzazione, personalizzazione e l’inclusione richiedono tempo per progettare, confrontarsi in équipe, condividere strategie, osservare gli studenti, adattare materiali; e spazi flessibili per attività diverse (lavoro di gruppo, angoli tranquilli, laboratori) declinate in piani di lavoro efficaci: non si può fare inclusione di qualità in 50 minuti di lezione frontale in aule standard! Il calo demografico potrebbe offrire l’opportunità di classi meno numerose, ma solo se gli organici e gli spazi vengono ripensati in chiave inclusiva, non solo tagliati.
- L’Alleanza Scuola-Famiglia-Territorio come Sistema necessario: la scuola non può da sola affrontare bisogni così complessi, servono sinergie con servizi sanitari (ASL), servizi sociali (Comuni), terzo settore (associazioni professionali come MCE), famiglie, non vi è altra strada
Il momento è un’opportunità se comprende una visione strategica e investimenti mirati e un’occasione per ripensare radicalmente la scuola: .meno studenti significa classi più piccole, maggiore cura ed attenzione ai bisogni di tutti e di ciascuno, possibilità di individualizzare e personalizzare i percorsi e consegnarsi alla miglior scuola possibile.
Ne ho scritto in Sguardi oltre le solite prospettive in cui immagino una vera rivoluzione culturale e metodologica che passa per la formazione obbligatoria e continua per tutti i docenti (anche sull’inclusione); il potenziamento del lavoro di equipe cooperative multidisciplinari; la flessibilità organizzativa e didattica; l’abbandono delle pratiche addestrative cancerogene; la valorizzazione della personalizzazione, dell’individualizzazione e dell’apprendimento cooperativo; il rafforzamento dell’alleanza scuola-famiglia-territorio.
“La scuola inclusiva non è un costo, ma un investimento sul capitale umano più prezioso che abbiamo: la diversità. Gestire bene questo paradosso significa costruire una scuola più giusta, più efficace e più capace di preparare i cittadini di domani” (Pietro Cipollone)
