CHI REGALA UN SORRISO AD UN BAMBINO VEDE IL SOLE STRACCIARE LE NUVOLE

ANTICHI (NE)FASTI

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La scuola italiana tra regresso pedagogico e smantellamento del un modello inclusivo

La scuola italiana sembra percorrere un pericoloso sentiero a ritroso, un ritorno a modelli educativi superati che contraddicono decenni di innovazione pedagogica, le recenti misure del governo Meloni, in continuità con l’approccio dei precedenti governi Berlusconi, stanno riportando in auge una concezione di scuola tradizionale, addestrativa, nozionistica, ancorata al “leggere, scrivere e far di conto“, travestita da moderna organizzazione aziendale (fallimentare peraltro).

Questo regresso contrasta nettamente con la realtà di un sistema scolastico che, soprattutto negli anni ’90, era universalmente riconosciuto tra i più eccellenti al mondo, come testimoniato da voci autorevoli della pedagogia e da un vissuto personale entusiasmante (mai avrei pensato ad un declino del genere, degenere).

La scuola è stata centrifugata rispetto all’interesse nazionale da oramai troppo tempo, ha perso istituzionalmente la sua funzione non deve istruire il Paese, non deve formare il cittadino… appare più un servizio all’utenza che ora, addirittura, necessita del consenso dei genitori per operare!

L’età d’oro della scuola italiana: le voci mute dei Maestri

Negli anni ’90, la scuola italiana rappresentava un modello internazionale di eccellenza, secondo i dati OCSE-PISA di quel periodo e gli studi dell’IEA, il nostro sistema si posizionava tra i più avanzati d’Europa.

Pedagogisti del calibro di Francesco De Bartolomeis la definiva: “un laboratorio di democrazia e pensiero critico, non un semplice trasmettitore di nozioni. Era il luogo dove si costruiva cittadinanza attiva attraverso la ricerca e la partecipazione”.

“I care era la parola chiave di don Lorenzo Milani pioniere nella “scuola di Barbiana” di un luogo in cui nessuno era escluso, nessuno etichettato come ‘diverso’. La classe era la comunità dove vigeva la giustizia sociale, dove tutti imparavano da tutti, non un luogo di selezione. “I care” è un manifesto contro l’indifferenza e la superficialità della scuola-impresa.

Mario Lodi aggiungeva il predicato emancipatore: “L’educazione è un atto politico: formare persone critiche significa formare cittadini liberi. La nostra scuola degli anni ’90 puntava a questo, non a produrre esecutori ma protagonisti consapevoli della propria storia e del proprio futuro”. Questa citazione colpisce al cuore la critica al modello tradizionale e aziendale, sottolinea che la vera scuola non forma semplici “esecutori” (come richiesto da una logica produttivistica) ma “cittadini liberi” e “protagonisti”, un richiamo diretto allo spirito critico e partecipativo della scuola degli anni ’90, contrapposto all’addestramento tecnico proposto oggi

Giovanni Maria Bertin, tra i padri della pedagogia sperimentale italiana, sottolineava: “La forza della nostra scuola sta nell’equilibrio tra rigore metodologico e attenzione alla persona, nella capacità di coniugare sapere e saper essere”. Questo approccio, basato sulla ricerca, la cooperazione e la valorizzazione delle differenze, era il cuore di un sistema universalmente invidiato che oggi è minacciato da una visione che Andrea Canevaro giustamente definisce regressiva: “La vera modernità della scuola non sta nel ripetere modelli superati di efficienza, ma nel coltivare la complessità dell’umano. L’eterogeneità non è un ostacolo da eliminare, ma la risorsa fondamentale su cui costruire comunità educative autentiche e società più giuste.” Siamo di fronte a un ritorno a “nefasti antichi” mascherati da innovazione.

Le riforme nate dai Decreti delegati del 74 ponevano la scuola italiana all’avanguardia tra i sistemi educativi di tutto il mondo, ancora oggi, nonostante i tentativi di sabotaggio, risulta essere concettualmente tra le più evolute (strutturalmente tra le sottosviluppate) un’eccellenza in termini di inclusività, a differenza di paesi come Germania, Austria e Svizzera, dove persistono classi differenziali per studenti con disabilità (il modello “Sonderschule” tedesco o le “Scuole Speciali” svizzere), il nostro sistema ha integrato pienamente il principio dell’inclusione, la Legge 104/92 è l’espressione di una filosofia pedagogica profonda che ha le radici nella 512/74.

Loris Malaguzzi, fondatore dei Nidi e Scuole dell’Infanzia di Reggio Emilia (patrimonio UNESCO), affermava: “L’inclusione non è una strategia, è un diritto umano fondamentale. Ogni bambino ha cento linguaggi, e la scuola deve ascoltarli tutti, senza barriere”. Questo modello, studiato e copiato da molti paesi, ha permesso a generazioni di studenti con disabilità di apprendere e crescere insieme ai propri coetanei, arricchendo l’intera comunità educativa. Paolo Mottana, pedagogista dell’infanzia, sintetizza: “L’inclusione all’italiana è un unicum mondiale, basato sulla convinzione che la diversità è una risorsa per tutti, non un problema da isolare”, paesi come gli Stati Uniti (con le “Special Education Classes”) o il Regno Unito (con le “Special Schools”) ancora oggi faticano a raggiungere questo livello di integrazione sistematica.

Altro tratto distintivo della scuola italiana è l’eterogeneità delle classi mentre in paesi come Regno Unito, Stati Uniti, Olanda e Germania è prassi comune suddividere gli studenti in base ai livelli di apprendimento (“Streaming” o “Tracking”), creando classi omogenee (di livello), il nostro sistema ha sempre mantenuto classi eterogenee. Questo approccio si fonda sulla convinzione che la diversità sia una risorsa. Malaguzzi sosteneva: “La classe eterogenea è il microcosmo della società reale. È lì che si impara la cooperazione, la solidarietà, il rispetto per l’altro. Dividere per livelli significa creare ghetti educativi”. Luca Ricolfi aggiunge: “L’eterogeneità non è un ostacolo all’apprendimento, è la condizione ottimale per un apprendimento significativo e sociale. Gli studenti imparano anche e soprattutto dalle reciproche differenze”. Francesco Tonucci ribadisce: “La classe omogenea è una finzione pedagogica pericolosa. Nella vita non esistono gruppi di persone tutte uguali. Preparare alla complessità significa abituarsi a convivere con la diversità”.

La classe eterogenea riflette la società e prepara i cittadini alla complessità del mondo adulto, evitando la stigmatizzazione precoce.

Con i governi Berlusconi prima e con l’attuale esecutivo Meloni poi, abbiamo assistito a un progressivo smantellamento di quell’eredità: la riforma Gelmini (2008) introdusse elementi di aziendalizzazione e standardizzazione, oggi, con le misure Valditara, questo processo si è accentuato; Piero Cipollone, pedagogista e già direttore generale dell’ISTAT, denuncia: “Si sta svuotando la scuola della sua funzione culturale e formativa per ridurla a un apparato di addestramento funzionale al mercato. È un ritorno al passato, mascherato da modernità”.

Luca Ricolfi, sociologo dell’educazione, mette in evidenza che “L’ossessione per la ‘scuola impresa’ e per le competenze tecniche immediate rischia di produrre cittadini incapaci di pensiero complesso e critico, esattamente il contrario di quanto serve in una società democratica”, sempre Frato (Francesco Tonucci) avverte che “Stiamo tornando a una scuola del ‘sapere’ invece che del ‘sapere pensare’. Si privilegia la riproduzione di conoscenze anziché la costruzione di autonomia intellettuale”. Questo modello, basato su valutazioni numeriche e visione competitiva, è l’antitesi della scuola degli anni ’90: nella dicotomia tra competenze e conoscenze lo sbilanciamento avviene tra queste ultime, riproponendo dinamiche addestrative e trasmissive.

La valutazione da strumento di crescita a giudizio sommario

L’esempio più evidente di questo regresso è rappresentato dall’approccio alla valutazione, con l’abrogazione della Legge 172/2020 (che promuoveva una valutazione formativa basata su feedback contestuali e mirati a rimuovere le difficoltà di apprendimento) e l’introduzione dell’ordinanza Valditara, si è tornati a una valutazione prevalentemente sommativa e giudicante.

John Dewey, il filosofo dell’educazione che ha profondamente influenzato la pedagogia italiana del ‘900, scriveva: “La valutazione autentica non misura ciò che lo studente sa, ma ciò che è diventato capace di fare con quel sapere. È un processo, non un prodotto”, Francesco De Bartolomeis aggiunge: “Valutare significa comprendere le difficoltà e costruire ponti per superarle, non giudicare e bollare. La valutazione formativa è il cuore della didattica di qualità”.

Luca Ricolfi critica aspramente il cambio di rotta: “L’ordinanza Valditara riporta la scuola a un modello ottocentesco di valutazione, basato sul controllo e sulla selezione, anziché sulla crescita e l’inclusione. Gli insegnanti sono spinti a giudicare superficialmente anziché a impegnarsi in percorsi di recupero personalizzati”.

Piero Cipollone denuncia: “Questo approccio aumenta la dispersione scolastica e penalizza gli studenti con difficoltà, contraddicendo decenni di ricerca pedagogica che dimostrano l’efficacia della valutazione formativa”, come sottolineato da numerosi docenti e associazioni professionali (Movimento di Cooperazione Educativa, Proteo, Cemea, Cidi…), questo modello è disfunzionale e produce demotivazione e abbandono.

In conclusione, il ritorno a modelli educativi superati rappresenta una minaccia per la qualità della scuola italiana. Il nostro paese ha un patrimonio pedagogico e inclusivo che è invidiato nel mondo, sarebbe un errore imperdonabile disperderlo in nome di una malintesa modernità che, in realtà, nasconde un ritorno a “nefasti antichi”, la scuola del futuro non può che fondarsi sulle migliori esperienze del passato – quelle inclusive, partecipative e critiche degli anni ’90 – aggiornandole alle sfide del presente, piuttosto che riproporre modelli che la storia e la pedagogia hanno già ampiamente superato.

La vera modernità sta nell’innovazione che parte dalle radici più profonde della nostra tradizione educativa, non nel regresso mascherato da efficienza.

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