CHI REGALA UN SORRISO AD UN BAMBINO VEDE IL SOLE STRACCIARE LE NUVOLE

L’artigianato come metafora della didattica

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Il Made in Italy è universalmente riconosciuto come sinonimo di eccellenza: non solo per la qualità dei materiali, ma soprattutto per la capacità artigiana di trasformare la materia in un’opera unica, irripetibile, capace di portare nel mondo la storia, la cultura e la creatività di chi l’ha realizzata.

Ciò che distingue l’artigiano dall’industria non è soltanto la tecnica, ma la cura: l’attenzione al dettaglio, la personalizzazione, il rifiuto dell’omologazione e della standardizzazione: ogni oggetto custodisce in sé il segno dell’autore, una sorta di impronta irripetibile, una firma che ne attesta l’unicità, la competente professionalità.

Trasferire questa visione nella scuola significa ribaltare il paradigma educativo dominante, l’insegnante-artigiano non applica modelli preconfezionati, ma costruisce percorsi di apprendimento su misura, modellando attività e strumenti in base alle caratteristiche, alle inclinazioni e ai talenti degli studenti.

È un’educazione che non punta a produrre in serie “competenze certificate”, ma a far emergere il potenziale creativo di ciascuno, a sviluppare attitudini per evidenziare potenzialità e talenti.

In Sguardi oltre le solite prospettive ho insistito proprio su questa necessità di rompere gli schemi della didattica addestrativa, spesso irrigidita da procedure e didattica trasmissiva che appiattiscono la ricchezza dei vissuti. Guardare oltre significa assumere la prospettiva artigiana: uno sguardo che non cerca il risultato immediato e uniforme, ma che riconosce le differenze come valore, che si lascia sorprendere dalla materia viva che è l’alunno stesso.

La scuola è un mestiere artigianale: ceselliamo un abito a misura per ogni nostro bambino, per questo non mi sono mai fatto servire dai libri di testo, né mi sono fatto condizionare da guide didattiche che addestrano addestratori, al contrario ho cercato di cogliere euristicamente l’essenza dei concetti disciplinari per poterli presentare adattati, contestualizzati e sempre diversificati, mai standardizzati (la didattica standardizzata alimenta differenze e disparità).

La preparazione artigianale dei contenuti degli apprendimenti si abbina all’osservazione sistematica e all’analisi profonda delle esigenze e dei bisogni di ogni bambino in funzione della crescita progressiva e del habitus della classe.

L’esperienza segna sempre la via quando è abbinata alla cura e a una scrupolosa attenzione ai dettagli evitando di costruire qualcosa soltanto per imporlo, cercando di interessare attraverso stimoli che nascono da interessi vivi e concreti, divertendo e  stimolando secondo un approccio che avvicina i ragazzi agli apprendimenti sottraendoli dall’oblio in cui annaspano, in un contesto frastornante di informazioni sovrabbondanti.” (da Sguardi)

Metodologicamente proviamo ad isolare alcuni principi.

HABITUS: La scuola deve essere il miglior ambiente possibile, il luogo in cui ci si nutre di bellezza, per fare questo è necessaria la cura degli ambienti di lavoro, per esempio le pareti disadorne della classe che  attendono i lavori dei bambini per rivestirsi di vissuto quotidiano: lo spazio alla creatività libera l’estro dei ragazzi che non si sono sentiti vincolati alla continua validazione dell’adulto nel momento che si sono ritenuti liberi e protagonisti di scelte o di decisioni;

CONDIVISIONE: La condivisione con genitori e colleghi consente di costruire comunità realmente educanti. La scuola di oggi ha costruito un muro che la separa dal mondo. Abbattiamolo;

PROGETTAZIONE: la progettazione condivisa favorisce la condivisione di metodi di lavoro e delle esperienze pregresse ma anche delle prassi favorendo approcci coerenti e un’osservazione condivisa della classe cooperativa;

CLASSE DEMOCRATICA (con regole condivise): stare assieme partendo dalle regole costituenti (regole zero secondo la Pedagogia Istituzionale), corroborate scelte condivise per favorire la consapevolezza e l’autoregolazione senza imporre in maniera coatta regole attraverso punizioni e sanzioni;

OSSERVAZIONI (sistematiche e diversificate) per monitorare la progettazione e calibrare i dispositivi. È indispensabile un’osservazione capillare e appropriata per innescare personalizzazione e individualizzazione delle proposte. La condivisione dei molteplici punti di osservazione assicura la maggior oggettività possibile favorendo una visione comune dell’equipe di classe e consente una rilevazione multidimensionale delle difficoltà, dei talenti e delle potenzialità: il limite diventa un’opportunità.

CLASSI APERTE E LABORATORI: Ogni attività può passare per il laboratorio che è una fucina di idee e genera creatività. Uno dei miei laboratori più riusciti è quello di ceramica: dopo un primo approccio difficoltoso, i bambini producono di tutto dal vasellame ai magneti, dalle ceramiche ai monili. Pesaro offre continue occasioni culturali, incontri e di confronti aperti anche ai bambini, ne abbiamo sempre colto l’opportunità soprattutto se riguardavano ambiente e natura insieme ad un grande naturalista ed amico (Andrea Fazi).


La didattica come bottega contro il rischio dell’aziendalismo educativo

Alcuni richiami alla necessità di creare didattica

John Dewey ci ricorda che “l’educazione non è preparazione alla vita, ma è la vita stessa” (Democracy and Education, 1916). La scuola artigiana è dunque bottega viva: un luogo in cui si impara facendo, riflettendo e creando insieme.

Maria Montessori aveva compreso che ogni bambino possiede potenzialità uniche e che spetta all’educatore predisporre un “ambiente preparato” che consenta di svilupparle liberamente (La scoperta del bambino, 1909). L’artigianalità dell’insegnamento consiste proprio in questa capacità di offrire strumenti personalizzati e adatti alla singolarità di ciascun alunno.

Howard Gardner, con la teoria delle intelligenze multiple, ci invita a riconoscere che non esiste un unico modo di apprendere, ma molteplici linguaggi cognitivi (Frames of Mind, 1983). L’insegnante-artigiano è colui che sa riconoscere e valorizzare queste diversità, offrendo percorsi differenziati.

Lev Vygotskij, con il concetto di zona di sviluppo prossimale, ha mostrato che l’apprendimento è sempre un processo sociale, in cui l’insegnante agisce come maestro artigiano che accompagna e sostiene (Pensiero e linguaggio, 1934).

Célestin Freinet descriveva la scuola come “cooperativa educativa”, fondata sulla pratica, sulla ricerca e sulla creazione collettiva (La scuola moderna, 1969).

Mario Lodi, con Il paese sbagliato (1970), ci ha mostrato la forza della classe come comunità democratica, mentre Gianni Rodari, con la sua Grammatica della fantasia (1973), ha ribadito che “tutti i bambini sono poeti”: compito della scuola è custodire e alimentare quella scintilla creativa, non soffocarla.

A questa visione artigiana si contrappone il modello aziendalistico che negli ultimi decenni ha invaso la scuola con il linguaggio dell’efficienza e della standardizzazione: verifiche sommative compulsive, esiti quantificabili, prove standard, protocolli uniformi trasformano la scuola in una fabbrica di nozioni travestite da competenze.

In La Mate Ribaltata, ho mostrato come questo approccio riduca la matematica a esercizio meccanico, privandola del suo fascino esplorativo e creativo.

Ribaltare la matematica significa restituirle la sua essenza attraverso una natura artigiana: laboratorio di invenzione, linguaggio per leggere e interpretare la realtà, strumento per sviluppare pensiero critico.

Lo stesso Ken Robinson sottolineava che l’errore più grave delle scuole contemporanee è aver adottato il modello industriale, mentre l’educazione dovrebbe essere pensata come “processo organico, più simile alla coltivazione che alla produzione in serie” (Out of Our Minds, 2001).

Se la scuola vuole essere emancipatrice e palestra di cittadinanza e di libertà, deve ritrovare la sua anima artigiana, individualizzando e personalizzando i percorsi, riconoscendo le differenze come ricchezza; stimolando attitudini, dedizione, disposizioni, sensibilità; individuando i talenti sommersi, alimentando creatività e pensiero critico; intrecciando teoria e prassi (studio e pratica), perché il sapere vive solo nell’esperienza come la didattica sulla riflessione delle proprie pratiche; favorendo comunità educative che non siano luoghi di competizione, ma di collaborazione.

Il Made in Italy è diventato eccellenza mondiale perché ha saputo fondere tradizione e innovazione, manualità e immaginazione, analogamente, la scuola potrà ritrovare dignità ed efficacia solo se tornerà ad essere bottega viva, laboratorio di talenti, spazio di libertà creativa.

Per liberarci dalla schiavitù della prassi serve coraggio: sapere aude!

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