Nella mia carriera scolastica mi sono trovato quasi sempre “controvento”, non seguo le guide scolastiche nè i manuali “pronto uso”, neppure la canonica adozione del libro: li ritengo anzi responsabili della standardizzazione della didattica e sono tutti dispositivi inadeguati se si vuole una scuola che lavori con personalizzazione ed individualizzazione delle proposte di apprendimento.
Questo approccio “artigianale” mi fa creare su misura gli stimoli considerando i processi cognitivi, i potenziali apprendimenti coinvolti tenendo sempre presente le necessità e le difficoltà di ognuno: la proposta considera sempre la parte euristica, quella epistemologica ma anche la routine che consente sedimentazioni, dimestichezza e consapevolezza: la padronanza avviene anche attraverso l’esercizio della conoscenza, la sua applicazione.
“Prima la testa, poi le mani” dico sempre ai miei ragazzi: la ricerca, la scoperta precedono la pratica attraverso una prima ricostruzione sul quaderno, poi avviene la “messa in opera”, l’allenamento.
Proprio su questo aspetto mi vorrei soffermare perchè è quello di cui si dibatte in questi giorni pensando ai “compiti di Natale”.
Premesso che rifiuto l’addestramento perché è demotivante e costringe i ragazzi nella disciplina, allontanandoli dal piacere di fare e dal gusto di riuscire: se la proposta sono esecuzioni sterili, ripetizioni meccaniche non ha senso il conferire il compito, è un sforzo che allontana dal lavoro che se invece si presenta difficile ma piacevole, una sfida, regala ai bambini opportunità e non solo obblighi, imposizioni,
Non ho mai dato compiti nella mia carriera se non era necessario ma mi accorgo che le ultime generazioni sono influenzate anche cognitivamente dalla caducità e dalla frequenza degli stimoli per cui il lavoro fatto in classe, lavorando euristicamente, rischia l’evanescenza se non corroborato da “rimaneggiamenti” e pratiche volte alla riflessione come anche alla scoperta di alcuni dettagli spesso importanti.
Il lavoro fatto in classe quindi, nonostante che la proposta sia sempre variegata ed utilizzi dispositivi diversificati, non sempre è sufficiente, non sempre consente ad ognuno di sentirsi padrone della situazione (apprenditiva).
Per questo quest’anno ho deciso di proporre anche a casa il lavoro che facciamo in classe, un impegno che comprende parti di logica, di pratica ed euristiche.
Ho messo da parte il mio ego, le mie convinzioni, i miei precetti. Ho messo davanti le esigenze dei miei ragazzi che sono più importanti delle mie sicurezze, delle routine.
Mi sono messo in gioco, per giocare tutte le carte, per tentare tutte le strade, perchè dobbiamo essere sempre disposti ad affrontare nuove sfide e più complesse, per questo se abbiamo bisogno dobbiamo usare tutti gli strumenti a disposizione.
A Natale, assieme alle mie colleghe abbiamo per esempio creato una Escape Room con esercizi in video, cartacei, logici legati alle proposte fatte in questa prima parte dell’anno con strumenti mediali che i ragazzi adorano (l’utopia è che li usino per scopi didattici e non per altro).
Ci abbiamo dedicato tanto tempo ma siamo sicuri che i nostri ragazzi si divertiranno tantissimo.
Ecco questo è forse il punto: se i compiti sono fatti per i bambini o per gli insegnanti che spesso temono di perdere le nozioni fatte acquisire/somministrate con tanta fatica. Formula meglio questa frase l’amico Armando Bottazzo “Ecco questo è forse il punto: se noi insegnanti proponiamo compiti meccanici e privi di creatività, è naturale aspettarsi risposte altrettanto meccaniche dagli studenti. Solo offrendo attività stimolanti e coinvolgenti possiamo risvegliare in loro il desiderio di apprendere e costruire un vero percorso di crescita.“
Caricherò sul sito quello di cui parlo.
Buone Feste.
