CHI REGALA UN SORRISO AD UN BAMBINO VEDE IL SOLE STRACCIARE LE NUVOLE

Una sorta di deontologia

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Il dibattito sulla creazione di un albo professionale dei docenti ci stimola alcuni pensieri

Spesso leggiamo della necessità di un albo professionale per i docenti, della necessità di un giuramento di Ippocrate… oppure della necessità di docenti particolari, “su misura”, favoleggiati dallo psicologo di turno, dall’influencer del momento o, peggio, dal politico in cerca di facili consensi.

Non è una priorità nella lista dei desideri dei docenti italiani che vorrebbero vedersi parificati ai colleghi europei innanzitutto da un punto di vista economico: in un mondo che respira di mercato ha ragione Galimberti quando addita gli insegnanti a “sfigati” perché guadagnano meno della badante del nonno dei ragazzi che hanno in affidamento…

Ma in realtà una sorta di “albo” se si intende come comunità professionale non la vedo in modo negativo per una serie di motivazioni.

Gli insegnanti a seguito delle riforme strutturali imposte dalle gestioni Moratti/Gelmini si sono ritrovati orfani di una comunità professionale che riusciva a condividere ricerca e sperimentazione didattica soprattutto nella scuola primaria: la parcellizzazione operata da robuste iniezioni di burocrazia e con un accentuato disciplinarismo che mette a margine le pratiche laboratoriali e condivise (classi aperte nella primaria per esempio), hanno indotto un meccanismo di competizione comune alla società e nello stesso modo deleterio: alcuni ritengono che la competizione tra insegnanti elevi il livello dell’insegnamento senza considerare variabili importantissime come la formazione (destinata al buon cuore del singolo professionista).

Una parallela delegittimazione del ruolo, operata da chi apostrofava i docenti come scansafatiche in vacanza tutti i pomeriggi e la gran parte dell’estate, ha demolito il ruolo e messo in discussione la professionalità soprattutto di chi in quella missione mette passione.

La mutazione è avvenuta in realtà in un tempo molto breve: mentre i direttori didattici divenivano manager dimenticandosi delle necessità pedagogiche e didattiche i docenti venivano soffocati di prassi burocratiche ed amministrative per impedire quella riflessione problematica che alimentava la ricerca e la sperimentazione:  chiuso in sé, identificato con la Sua prassi routinaria, stimolato incessantemente il docente ha perso il suo perché, il suo significato.

Il docente spesso è solo, isolato e fa fatica a tessere legami e reti con altri docenti (anche perché il vincolo competitivo respinge le collaborazioni)

La competenza non è competizione e, in effetti, si costruisce in modo condiviso, consapevole e cooperativo per questo per innestare meccanismi di rivolta allo status quo, bisognerebbe ricostituire una comunità professionale solidale, che possa condividere buone prassi e pratiche efficaci.

Quindi dobbiamo riappropriarci di un ambito, quello etico e politico, connesso geneticamente ad una professione che sviluppa e matura persone e cittadini; in questo momento l’insegnante ne è privato, relegato al ruolo di impiegato: impartisce addestramenti nozionistici che vengono spazzati via con un gesto di un dito… Il suo valore in questo contesto è quindi pari a zero, è forse anche di troppo e verrà a breve soppiantato dall’IA.

AL contrario nella versione “originale” il docente non è sostituibile ma il perno di una società che si basa su una conoscenza consapevole e non nozionistica in un contesto armonico ed inclusivo.

Per fare questo bisogna riprendere in mano la professione, alimentandola con tanta formazione e studio (quale professionista non studia e non approfondisce? ci accontenteremmo di un medico che non apre un libro da decenni per farci curare?).

Dobbiamo coscientizzarci come direbbe Freire per cambiare la nostra condizione, prima dell’albo quindi sarebbe opportuno capire chi siamo e cosa vogliamo essere… poi possiamo creare la nostra comunità professionale!

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