CHI REGALA UN SORRISO AD UN BAMBINO VEDE IL SOLE STRACCIARE LE NUVOLE

Dobbiamo proprio dare i numeri?

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PREMESSA

È fervente il dibattito sull’emendamento proposto per ritornare ad una valutazione sommativa e giudicante, tante peraltro solo le petizioni che sostengono il nuovo modello della valutazione… per approfondirne alcuni aspetti occorre una doverosa premessa: la valutazione esprime un modo di intendere il fare scuola, è uno sguardo “a distanza” nel momento in cui la si vuole giudicatrice ed imparziale (intendimento dell’attuale Ministero), la intendiamo “vicina(in vicinanza) nel momento in cui si prefigge di accompagnare la crescita dei nostri ragazzi avvolgendoli, serrandoli al bastone guida, come fa il contadino con i germogli.

La scuola è cuore pulsante di un paese, contiene il suo passato, vive il presente e si proietta al futuro, crescendo le nuove generazioni (“segnandole“) per questo spesso la politica intende vincolarla secondo la sua concezione del mondo e della società, cerca quindi di condizionare la scuola nel tentativo di plasmare la società. Questo però lo fa spesso non tenendo conto di un paio di fattori decisivi.

La scuola richiede una importante professionalità che si consegue nel tempo con una formazione continua e costante anche perché il “materiale umano” è complesso, composito e diversificato; capiamo che il politico non può avere competenza in materia anche quando si arroga il diritto di modificare o stravolgere…

La scuola interagisce in un sistema globale e si confronta con le scuole degli altri paesi perché non forma un individuo chiuso in una scatola ma un cittadino del mondo che si deve confrontare con altre lingue, tradizioni, usi e costumi ma anche con un sistema globalizzato che già ora richiede capacità di trasformazione, analisi, comprensione e competenza.

In questa prospettiva proviamo a configurare il concetto di valutazione che vogliamo approfondire partendo dal concetto che è elemento cardine di diversi modelli scolastici (uno addestrativo e l’altro formativo).

UN MODELLO DI SVALUTAZIONE

La valutazione sommativa si esprime attraverso il voto numerico, incarna una scuola addestrativa in cui la comunicazione prevalente è unidirezionale, lo scopo è trasmettere nozioni che vengono verificate attraverso test che mettono a dura prova sostanzialmente la memoria. Gli apprendimenti declinati a comparti stagni attraverso le discipline scolastiche sono basici (“protoapprendimenti”) e tendono a rimanere attivi per un tempo limitato, vengono sostituiti funzionalmente da blocchi di altri apprendimenti che terminano ciclicamente con le verifiche, il soggetto dell’agire scolastico è proprio il voto a cui tutti gli studenti tendono per avere riconoscimento e ricompense.

È il voto (anche mascherato da giudizio sintetico) il centro delle attenzioni di bambini e genitori ma anche l’habitus consolidato dei docenti che si ergono a giudici, un riconoscimento sociale che li gratifica differenziandoli per funzione dalla massa. Il voto è in sostanza la misurazione delle conoscenze strappate all’immediato oblio in un ambiente caratterizzato dalla prestazione individuale. L’anelare al profitto del proprio fare si inserisce in un contesto scolastico aziendalista in cui il concetto chiave di competenza viene declinato con competizione individualizzata, indotta da un ventennio in cui il modello era un uomo “fatto da sé” e il termometro sociale era scandito dal “profitto” a qualunque costo, dalle leggi di un mercato senza regole sostanziali. La scuola del profitto declinata in questo modo da uno Stato che promuoveva la competizione come motore della crescita ed il mercato come ambiente di relazione ha “prodotto” cittadini egoici ed anaffettivi, incapaci di relazione speculare e compassione.

La normativa ci rende giustizia, “il voto” ripristinato dal Ministero Gelmini era accompagnato da una campagna mediatica frastornante le cui parole chiave erano “maestro unico”, “meritocrazia”, “disciplina”, parole che anche oggi rieccheggiano ma questo modello non ha conseguito i suoi obiettivi declamati a gran voce, al contrario ha fatto sprofondare la scuola negli indici internazionali; segnaliamo i dati preoccupanti che questa “scuola del controllo” ha contribuito a  generare: il numero crescente di casi di attacchi di panico in età adolescenziale, l’abbandono scolastico ed il fenomeno dei NEET, i dati OCSE Pisa sulle conoscenze disciplinari, il fenomeno di burnout di docenti, la progressiva sfiducia dei genitori…

È chiaro, un modello di valutazione che attraverso l’errore penalizza la prestazione richiede principalmente l’azione di “evitare di sbagliare”, esprime una MINUS VALUTAZIONE: non mette in rilievo le capacità ma le mancanze: il DISVALORE promuove un apprendimento mnemonico, nozionistico, poco creativo e per niente riflessivo.

“Come sociologi sappiamo che la “neovalutazione” produce normalizzazione del sapere e “doping bibliometrico di massa”. Né ci sfugge che è il braccio armato di una “nuova ragione del mondo” che consiste nella “generalizzazione della concorrenza come norma di comportamento e dell’impresa come modello”. Solo così si spiega l’affermazione paradossale per cui anche una cattiva valutazione sarebbe comunque da preferire all’assenza di valutazione. Ciò significa che non si valuta davvero per fini scientifici, ma per governare le condotte secondo un disegno di ortopedia cognitiva che mira a modificare l’ethos del ricercatore. I premi alle presunte strutture meritevoli sono un cavallo di Troia, sono come i bocconi di carne che i ladri lanciano ai cani da guardia per poter svaligiare indisturbati una casa. La nostra casa comune, l’università, è da anni svaligiata. E credere che i sistemi valutativi premiali servano a garantirne la qualità è come pensare che la funzione dei ladri sia quella di cibare i nostri cani” (Davide Borrelli al XII Congresso Nazionale AIS Sociologia).

Viene utilizzato da gran parte degli insegnanti perché routinario, meccanico, veloce, semplice ma la sua superficialità impedisce la riflessione ed una corretta percezione dello stato della crescita dei ragazzi, delle loro necessità e dei bisogni oltre al fatto che non mette in discussione l’operato del docente, le strategie e la metodologia applicata, è peraltro deresponsabilizzante: dal momento in cui si è attribuita l’insufficienza, è la famiglia che deve provvedere al recupero degli apprendimenti con un ulteriore iniezione di “nozioni private a pagamento”.

In questo contesto prende forma la “pedagogia della marginalizzazione” (P.Merieu) che si propone di selezionare, discriminare per raccogliere un’eccellenza che matura solo in condizioni sociali privilegiate, purtroppo autoreferenziali mentre la scuola assurge al ruolo di servizio delle utenze (questo nella scuola primaria ha scatenato il proliferare di metodi che di autoproclamano salvifici). Una sorta di apparecchio ortodontico applicato ai sorrisi dei nostri bambini: una scuola grigia senza appeal, senza pathos, senza futuro.

UNA SCUOLA COMPETENTE È SOLO FORMATIVA

“La scuola tradizionale iniziava i lavori di costruzione partendo dal tetto, per poter andare più in fretta e mettere prima la gente al riparo; si serviva di pezzi prefabbricati che si ingegnava a accostare e sovrapporre. L’edificio però si presentava come pericolante e insicuro; chiunque volesse arrivare alla cultura doveva ricominciare da capo, ricostruendo tutto. Noi invece vogliamo partire dalla base, da quelle fondamenta che spesso tardano a uscire dal terreno ma che poi si dimostrano solidissime e incrollabili. Un ripensamento come questo va naturalmente contro le abitudini degli operatori tradizionali, impauriti dai cambiamenti che toccano la vita e le abitudini. Inoltre, esso urta contro gli interessi di coloro che fabbricano gli strumenti tradizionali, i quali fanno di tutto per procrastinare all’inverosimile quelle trasformazioni che il progresso renderà prima o poi inevitabili.
Ci sarà un miglioramento pedagogico nella misura in cui il dinamismo delle forze nuove riporterà la vittoria su tutte queste resistenze e sarà quindi in grado di costruire pietra dopo pietra il mondo nuovo dei nostri sogni”
(C.Freinet “La scuola del fare”)

Le normative di riferimento europee mettono la scuola addestrativa all’angolo nel momento in cui ricerca competenze che non sono rilevabili: in un contesto chiuso, disciplinare, possiamo rilevare tracce di competenze o le competenze proprie delle “materie” ma non certo la competenza in sé che si sostiene con “deuteroapprendimenti” (apprendimenti di secondo livello, strutturati). Slegata dai parametri del sapere la competenza si radica nelle azioni (il “saper fare”) in un contesto di relazione con gli altri e con la situazione, senza questi presupposti non è osservabile, né si riesce a riprodurre con artefatte “prove di realtà”, simulazioni che attivano solo risposte verosimili, compromesse dal contesto.

La Valutazione Autentica e Formativa è l’unica modalità che ci consente la rilevazione delle competenze (comprese quelle implicite), si sostanzia nell’osservazione sistematica e delinea una scuola che al centro del suo agire ha i nostri ragazzi.

La disposizione del docente è fondamentale, deve porsi in un’ottica EURISTICA, pedagogicamente ATTIVO (in formazione continua) e ADATTIVO rispetto all’habitus e alle condizioni in cui esercita la sua professionalità, non può riproporre la scuola che aveva vissuto nelle esperienze precedenti, di altri insegnanti o peggio ancora da alunno! Uno sforzo professionale indispensabile per uscire dalla dimensione impiegatizia del lavoro: le routine stereotipano modalità e modi, impediscono l’acquisizione di competenze per definizione in eterna evoluzione ed allontanano da un approccio empatico, cuore del rapporto, anima della scuola.

Il rischio di questa società che tende ad annullare le categorie di tempo e spazio è il vivere di RIFLESSO, l’eseguire rimbalzando da un’informazione all’altra, da un lavoro all’altro, da una persona all’altra…. Questo urtare frenetico è privo di RIFLESSIONE, di ricerca, di studio ed di approfondimento ma anche di pensiero e di ascolto, la scuola deve “entrare nello specchio”, guardarsi dentro. Il rispecchiamento con i nostri alunni è la condizione che ci predispone alla scuola, senza questo legame non è possibile muovere la crescita, creare i presupposti dell’affidamento: senza il vincolo fiduciario non è possibile la rimozione degli ostacoli importanti, non è pensabile lo sviluppo omogeneo della persona.

Il periodo di distanziamento insegna: fare a meno degli altri è un influente disagio, la solitudine coatta di questa situazione ci riporta ad un senso ontologico, etico della scuola che vive di INSIEME: la scuola è COMUNITA’ e per questo deve essere partecipata, COSTRUITA COLLEGIALMENTE, alcune sue caratteristiche le possiamo declinare proprio con il prefisso CO-… COMPETENZA, COERENZA, COLLABORAZIONE, CONDIVISIONE, COMUNICAZIONE, COINVOLGIMENTO, COMPATIBILITÀ, COGNIZIONE, COMPETIZIONE, CONSAPEVOLEZZA, COMPASSIONE, COMPAGNIA, CONGIUNZIONE, CODIFICAZIONE, CONTINUITÀ, COLLEGAMENTO, CONTESTO COOPERATIVO, COLLEGIALITA, COLLETTIVO, COORDINAZIONE, CO-COSTRUZIONE.

Anche le Indicazioni Nazionali riportano l’esigenza di una “dimensione CO” per ambienti di apprendimento ed aree disciplinari “l’attività didattica è orientata alla QUALITÀ DELL’APPRENDIMENTO di ciascun alunno e non ad una sequenza lineare, e necessariamente incompleta, di contenuti disciplinari. I docenti, in stretta collaborazione, promuovono ATTIVITÀ SIGNIFICATIVE nelle quali gli strumenti e i metodi caratteristici delle discipline si confrontano e si intrecciano tra loro, evitando trattazioni di argomenti distanti dall’esperienza e frammentati in nozioni da memorizzare. Le discipline, così come noi le conosciamo, sono state storicamente separate l’una dall’altra da confini convenzionali che non hanno alcun riscontro con l’unitarietà tipica dei processi di apprendimento. Ogni persona, a scuola come nella vita, impara infatti attingendo liberamente dalla sua esperienza, dalle conoscenze o dalle discipline, elaborandole con un’attività continua e autonoma.”

CONCLUSIONI

La valutazione si accomoda nella dicotomia degli “atteggiamenti educativi” (addestrativo vs formativo). Abbiamo uno stile che privilegia il giudizio e cerca di fotografare in modo asettico le nozioni/abilità che INDIVIDUALMENTE ogni bambino “possiede” utilizzando l’errore come termometro (sei bravo se non commetti errori) in un ambiente apprenditivo standardizzato (una vera e propria nomenclatura delle conoscenze), produce inconsapevolmente un’insana competizione al rendimento, una classifica di capacità che risente spesso di condizioni di partenza mai uguali quindi viene inficiata dai differenti “strati sociali” (e forse di questi è un’arma)…

Si può tendere ad un sistema diverso in cui l’insegnante non sia giudice ma formatore, “un terzo incluso” che sappia accompagnare i bambini attraverso errori e difficoltà, che riesca a circostanziare variabili di ogni tipo, che utilizzi un motore empatico e non anaffettivo alla ricerca di una consapevolezza dei limiti propri per superarli assieme (AUTOVALUTAZIONE strumento cognitivo di critica). Una crescita che mette in risalto le qualità proprie di ognuno, il talento, la creatività, la capacità di lavorare in team e la tanto osannata “competenza”. Attraverso ciò in cui riusciamo, saremo in grado di fare anche ciò che ci rimane difficile.

E’ quello che avevamo iniziato a fare con la rivoluzionaria Ordinanza 172, coinvolgendo migliaia di colleghi verso una strada in salita ma che conduceva al futuro. Una fatica che ha accomunato tanti formatori che isomorficamente sono diventati classe, squadra, e che si sono guadagnati tante soddisfazioni, le stesse che vogliono continuare a dare ai loro allievi e alle loro famiglie.

Per una scuola migliore, orientata al futuro (non un ricordo cieco del passato).


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